Stefano Marino: Aesthetics, Metaphysics, Language: Essays on Heidegger and Gadamer

Aesthetics, Metaphysics, Language: Essays on Heidegger and Gadamer Couverture du livre Aesthetics, Metaphysics, Language: Essays on Heidegger and Gadamer
Stefano Marino
Cambridge Scholars Publishing
2015
Hardback £41.99
155

Reviewed by: Diego D'Angelo (Katholieke Universiteit Leuven)

Sono pochi, forse pochissimi gli autori di lingua italiana in grado di muoversi agevolmente nel panorama filosofico internazionale. Molti si astengono persino dal provarci. Tanto più va lodato e apprezzato, allora, il riuscito tentativo di Stefano Marino di pubblicare anche in lingua inglese, come dimostra questo volume, uscito di recente per Cambridge Scholars Publishing, su estetica, metafisica e linguaggio in Heidegger e in Gadamer. Non si tratta peraltro della prima pubblicazione di Marino diretta ad un pubblico internazionale: ricordiamo qui il volume, risalente 2011, Gadamer and the Limits of the Modern Techno-Scientific Civilization (Peter Lang, Francoforte sul Meno), nonché il saggio in lingua tedesca Aufklärung in einer Krisenzeit: Ästhetik, Ethik und Metaphysik bei Theodor W. Adorno, pubblicato nel 2015 (Kovac Verlag, Amburgo).

La raccolta di saggi qui in questione continua dunque un discorso di apertura nei confronti della ricerca filosofica in lingue che non siano unicamente quella italiana. E si nota che, qui, Marino si muove con coerenza, affrontando soprattutto temi legati all’estetica e alla metafisica, rivolgendo la propria attenzione ad autori classici della tradizione tedesca del Novecento: Adorno, Heidegger e Gadamer, soprattutto, per quanto proprio questo volume contenga un’apertura anche verso il pensiero – diretto soprattutto alla politica – di Hannah Arendt, nonché al discorso anglofono di John McDowell e Richard Rorty. In questa recensione forniremo dunque alcune osservazioni contenutistiche a proposito dei cinque capitoli che costituiscono il volume, chiudendo poi con alcune osservazioni critiche di carattere generale. Tutti i testi tranne il primo, che è un contributo originale al volume, sono infatti rimaneggiamenti, a volte anche sostanziali, di articoli pubblicati in precedenza.

Il saggio di apertura, Gadamer and McDowell on Second Nature, World/Environment, and Language, cerca di ricostruire il debito, espressamente riconosciuto da McDowell stesso, che alcune posizioni di Mind and World – uno dei libri più dibattuti degli ultimi vent’anni – hanno nei confronti del pensiero di Hans-Georg Gadamer, e in particolare del suo capolavoro Wahrheit und Methode (Mohr Siebeck, Tubinga 1960). Nella ricostruzione di Marino, questo debito è individuabile soprattutto nei temi della seconda natura, del mondo (ambiente) e del linguaggio. Infatti, McDowell si riferisce espressamente a Gadamer, per il quale, nella lettura che ne dà il filosofo sudafricano, “the human experience of the world is verbal in nature” (p. 10; le indicazioni del numero di pagina in questo formato si riferiscono sempre, nel testo seguente, al libro preso in esame). Partendo da qui, Marino individua somiglianze e corrispondenze (cfr. p. 13) tra i due autori che ci consentono di vedere il discorso di entrambi sotto una luce nuova, in grado di chiarifica in particolare la genesi filosofica dei concetti di mondo e mondo ambiente: se è vero che McDowell si rifà a Gadamer per questi concetti, e che questo legame è riconosciuto dalla maggior parte degli studiosi, il merito di Marino sta nel connettere questo legame, a sua volta, agli autori cui Gadamer stesso si ispira per il suo concetto di mondo (cfr. p. 23), restituendo così al concetto tutta la sua complessità anche dal punto di vista della storiografia filosofica.

Un approccio simile, legato alla ricostruzione di punti precisi di storiografia filosofica, è perseguito anche nel secondo saggio, Gadamer on Heidegger: The History of Being as Philosophy of History. Se prima si trattava soprattutto di ricondurre concetti adoperati da McDowell alla loro fonte in Gadamer, e poi di vedere da dove Gadamer aveva a sua volta tratto certe linee del pensiero, ora è proprio questo secondo aspetto a venir enfatizzando, mostrando come Gadamer sia, nella sua filosofia della storia, debitore alla cosiddetta “storia dell’essere” di cui parla l’Heidegger degli anni ’30-’40. Eppure, questo “debito” è soprattutto di carattere negativo: secondo Marino, Gadamer recupera alcuni temi “particolari” della storia dell’essere, rigettandone l’impianto concettuale generale (cfr. p. 50). In particolare, Marino individua tre motivi. Il primo, di carattere filologico, è che la violenza con cui Heidegger interpreta altri filosofi per iscriverli nella sua storia dell’essere è, secondo Gadamer, un atto “barbarico” (cfr. p. 51). In secondo luogo, Gadamer rifiuta, secondo la lettura di Marino, l’esistenza, postulata da Heidegger, di un linguaggio unitario della metafisica che andrebbe superato (p. 52). In terzo luogo, legando Heidegger a Hegel, Gadamer è essenzialmente scettico nei confronti dell’unificazione forzata della storia della filosofia sotto l’egida della “dimenticanza dell’essere”: questo introduce una teleologia nella storia che Gadamer non può sostenere, secondo Marino. Discutendo anche alcune conseguenze che questa impostazione porta con sé per la questione estetica, cioè per la questione relativa al ruolo dell’arte nella contemporaneità, il saggio si chiude mettendo il luce come, forse, il debito di Gadamer nei confronti di Heidegger sia meno diretto di quanto si tenda comunemente a pensare (p. 63).

Il terzo saggio, Gadamer’s and Arendt’s Divergent Appropriations of Kant: Taste, Sensus Communis, and Judgment, ricostruisce un altro momento di questa critica ad una storiografia basata sui “debiti filosofici”, se si può dire così: Marino vuole, in effetti, anche in questo caso mettere in luce soprattutto le divergenze tra Arendt e Gadamer. Le loro letture della Critica del Giudizio, infatti, sarebbero addirittura “opposte” (p. 76): sintetizzando l’opposizione, spiega Marino, “Kant is praised by Arendt for having politicized some basic aesthetic concepts, but he is criticized by Gadamer for having depoliticized and aestheticized those same concepts!” (p. 77, corsivi ed enfasi nell’originale). Non si tratta, però, di semplici errori di interpretazione da parte dei due filosofi del Novecento: piuttosto, la storia delle ricezioni kantiane è una storia fatta di “productive misunderstandings” (p. 79), di cui il presente non è che un esempio.

Il quarto saggio presentato nel volume porta il titolo Gadamer’s Hermeneutical Aesthetics of Tragedy and the Tragic, ed è l’unico a non seguire già dal titolo la struttura del confronto tra due (o più) autori della storia della filosofia. Si tratta in questo caso, infatti, piuttosto di un’analisi concettuale in senso stretto: Marino si dedica ad una disamina del modo in cui Gadamer pensa e interpreta la tragedia e il tragico, un tema tradizionalmente poco esaminato (p. 85). Marino sposta il concetto di tragedia al centro del pensiero gadameriano, ricostruendone il ruolo giocato anche in Verità e Metodo: la tragedia, così la tesi dell’Autore, dimostra in maniera pregnante l’irriducibilità dell’esperienza umana all’approccio scientifico (p. 87). La tragedia sorge infatti dall’incontro/scontro tra l’umano e il divino (p. 88), ma non è riducibile unicamente a questa origine (p. 99), andando, nel suo sviluppo, al di là di essa. Gadamer ci consente, infatti, di riconoscere l’origine religiosa della tragedia senza negarne il valore estetico autonomo.

In conclusione, il volume ritorna alla struttura binomiale dei saggi precedenti, concentrandosi su Heidegger and Rorty: Philosophy and/as Poetry and Literature. Cerando di superare l’impasse che ha costituito buona parte dell’attrito tra filosofia analitica e filosofia continentale, ossia l’accusa rivolta dalla prima alla seconda di essere troppo vicina alla letteratura e poco al rigore scientifico, Marino decide di interrogare i massimi rappresentati di una filosofia contaminata con la letteratura: Heidegger perché nessun autore ha mai avvicinato così tanto poesia e filosofia (p. 107), e Rorty perché egli stesso vede la sua filosofia “come” letteratura (p. 108). Anche qui Marino ricostruisce il debito di Rorty nel confronti di Heidegger, concludendo però in modo fortemente critico: la lettura rortiana di Heidegger è – uso l’indicativo perché mi sembra difficile non concordare, specialmente alla luce delle ultime pubblicazioni e degli esiti della ricerca internazionale – “hermenutically careless and does not adhere to Heidegger’s own text” (p. 114). Purtroppo l’articolo si chiude, a mio parere, troppo presto, mancando di discutere se, effettivamente, da un punto di vista sistematico, l’idea di filosofia come letteratura sia davvero perseguibile.

In generale – sia detto in chiusura – l’approccio di Marino non vuole affrontare questioni di carattere teoretico-sistematico, ma solo fornire una disamina storiografica: egli stesso riconosce che si tratta di un “comparative approach” (p. 5). In tal senso, i limiti della lettura sono chiaramente definiti fin dall’inizio. Ciononostante, il lettore rimane con un certo amaro in bocca proprio per la mancanza di una discussione più approfondita di certi punti proprio in una prospettiva sistematica. Nel momento in cui, in effetti, l’Autore si ripromette di superare il “gap” tra analitico e sistematico, come afferma con chiarezza nell’Introduzione (p. 6), questo obiettivo sembra mancato: come si può, in effetti, istituire, da parte continentale, un discorso con la filosofia analitica – per altro, auspicabilissimo, se non addirittura necessario al giorno d’oggi – concentrandosi su questioni di storiografia? Certamente il tentativo sviluppato nel primo saggio di ricollegare espressamente John McDowell al pensiero di Gadamer è lodevole anche sotto questo punto di vista, ma non è forse abbastanza per rinfocolare un discorso tra due tradizioni. Lo stesso valga per l’ultimo saggio, riguardante appunto il problema della filosofia e/come letteratura, che lascia la questione in sospeso.

Al di là di questo limite, che è, come detto, intrinseco all’approccio esplicitamente adottato dall’autore, la “storiografica comparatistica” sviluppata qui da Marino ha grandi pregi: innanzitutto, la chiarezza espositiva; in secondo luogo: l’onestà intellettuale di restringere chiaramente a pochi concetti le proprie analisi, senza ricadere nella retorica roboante di certa letteratura; e infine, di presentare la tradizione filosofica italiana (buona parte dei contributi scientifici che Marino cita sono infatti di area italiana) al pubblico internazionale, un’impresa che, pur nei limiti accennati, non si può che lodare.

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