Mauro Antonelli, Federico Boccaccini (Eds.): Franz Brentano, Routledge, 2018

Franz Brentano Book Cover Franz Brentano
Critical Assessments of Leading Philosophers
Mauro Antonelli, Federico Boccaccini (Eds.)
Routledge
2018
Hardback
1,484

Christopher Gutland: Denk-Erfahrung: Eine phänomenologisch orientierte Untersuchung der Erfahrbarkeit des Denkens und der Gedanken, Alber Verlag, 2018

Denk-Erfahrung: Eine phänomenologisch orientierte Untersuchung der Erfahrbarkeit des Denkens und der Gedanken Book Cover Denk-Erfahrung: Eine phänomenologisch orientierte Untersuchung der Erfahrbarkeit des Denkens und der Gedanken
Alber Thesen Philosophie, Band 70
Christopher Gutland
Karl Alber Verlag
2018
Hardback 69,00 €
552

Amy Kind (Ed.): Philosophy of Mind in the Twentieth and Twenty-First Centuries: The History of the Philosophy of Mind, Volume 6, Routledge, 2018

Philosophy of Mind in the Twentieth and Twenty-First Centuries: The History of the Philosophy of Mind, Volume 6 Book Cover Philosophy of Mind in the Twentieth and Twenty-First Centuries: The History of the Philosophy of Mind, Volume 6
The History of the Philosophy of Mind
Amy Kind (Ed.)
Routledge
2018
Hardback £100.00
326

F. Buongiorno, V. Costa, R. Lanfredini: La fenomenologia in Italia. Autori, scuole, tradizioni

La fenomenologia in Italia. Autori, scuole, tradizioni Book Cover La fenomenologia in Italia. Autori, scuole, tradizioni
Gulliver
F. Buongiorno, V. Costa, R. Lanfredini
Inschibboleth
2018
Paperback
318

Reviewed by: Vittoria Sisca (Independent Scholar)

Raccogliendo undici contributi degli allievi più vicini ai personaggi che hanno dato avvio alla tradizione fenomenologica italiana, il volume a cura di Federica Buongiorno, Vincenzo Costa e Roberta Lanfredini intitolato La fenomenologia in Italia. Autori, scuole, tradizioni mostra la possibilità di raccontare la fenomenologia attraverso un’operazione che non si esaurisce in una sterile ricostruzione storica ma si configura come il tentativo di convertire un tema “a portata di fanciullo” in una Rückfrage: un esercizio intimo, che consiste nel ricercare le parole adatte per descrivere il proprio maestro, in una domanda che scava all’indietro cercando di scorgere anche la propria storia nel movimento di quella stessa vicenda di pensiero. Il risultato di questo esercizio è il quadro di un percorso che attraversa almeno tre generazioni di filosofi: un itinerario decentrato, dislocato in varie “scuole”, eppure tutt’altro che scolastico se col termine “scuola” intendiamo «la ripetizione, malgrado allargata, di temi di origine» (109). Leggendo il testo, in effetti, risulta difficile tracciare delle parole-guida che lo caratterizzano, nella misura in cui ciò che sopravviene è la netta impossibilità di ridurre il variegato panorama fenomenologico italiano a una «preconcetta visione d’insieme» (11) o altrimenti l’inadeguatezza di coprire, a beneficio di una definizione, l’intreccio di autori, scuole e tradizioni che gli dà forma.

Partendo dal principio, si potrebbe dire che il pensiero di Edmund Husserl abbia fatto capolino, in Italia, sull’onda di una reazione storica alle ipoteche metafisiche che ostacolavano l’emergere di una ragione differente. In particolare, come si legge nei contributi di Luca Maria Scarantino e Angela Ales Bello, Antonio Banfi riconobbe alla trattazione husserliana dell’intenzionalità il merito di aver trasformato la necessità ontologica della «correlazione metafisica fra percezione e rappresentazione» (17) in una necessità di ordine storico; mentre Vanni Rovighi, pur attribuendo al pensiero di Husserl una cifra idealistica di fondo, si avvalse di quella teoria o, come direbbe lei, di quel «guardare come stanno le cose» (44), per contrastare il neoidealismo imperante ai suoi tempi. I saggi successivi di Roberto Gronda e Elio Franzini esemplificano perfettamente come, coerentemente rispetto al proposito di porre le «condizioni di una teoria del sapere relazionale, antidogmatica e aperta a una pluralità di forme culturali» (16), l’insegnamento di Banfi ebbe un’influenza molto diversa all’interno delle opere dei suoi allievi. Comparando i due scritti, infatti, è possibile notare che, se Preti continuò e approfondì il razionalismo critico banfiano, Formaggio ereditò dal maestro quella capacità di «“tentare la sordità dell’esperienza”» (117) che gli consentì di comprendere, a partire dall’arte, «come un corpo in azione» riesca ad «essere protagonista di una trasformazione del mondo»: una trasformazione che, per un verso, ne rivela le qualità e, per l’altro, «scopre se stesso come dimensione percettiva, memorativa e immaginativa» (127).

Leggendo il contributo di Amedeo Vigorelli è possibile constatare, invece, che fu Enzo Paci a proseguire la missione pedagogica del maestro Banfi. Egli vi riuscì perché, analogamente a Banfi, non si limitò mai a guardare a Husserl solo come a un interlocutore privilegiato per il proprio pensiero, bensì fece della fenomenologia husserliana il punto di partenza per la costruzione di una vera e propria Gemeinschaft: una dimensione culturale «aperta, che “senza essere ostile al pensiero scientifico” evitasse di “farsene colonizzare e di sviluppare complessi di inferiorità”» al fine di reagire a un «diffuso scetticismo anti-filosofico» (88). Una tappa fondamentale di questa costruzione, nel percorso di Paci, è la rivista “aut aut”, che egli fondò nel 1951. Attorno ad essa, infatti, si svilupparono dei legami particolarmente significativi per lo sviluppo della fenomenologia italiana, al punto che si potrebbe paragonare questo progetto all’ossatura di quella Husserl Renaissance che, soprattutto in seguito alla pubblicazione nella Husserliana del secondo volume di Ideen e della Krisis, interessò il panorama culturale italiano degli anni Cinquanta e Sessanta. Fra questi, il legame fra Paci e Semerari di cui si parla nel contributo del Ferruccio De Natale ha il merito di mostrare come, oltre alla volontà di «superare i pregiudizi legati ad una lettura pigra, stereotipata della fenomenologia» (90), alla base della rilettura italiana dei testi di Husserl vi fosse anche quella «avvalersi delle analisi husserliane per configurare un “atteggiamento”» suscettibile di essere trasformato «in prassi, in lotta per l’emancipazione del soggetto da ogni forma di reificazione della sua attività intenzionale» (141) attraverso il confronto col materialismo storico di Marx.

I richiami marxiani che innervano le opere di Enzo Paci si colgono perfettamente nell’entusiasmante Prefazione alla terza edizione de La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale che egli scrisse nel ’68, all’interno della quale paragonò le idee di coloro i quali attaccavano «la fenomenologia come una fuga della realtà che mancava di praxis» a quelle degli «intellettuali della Russia zarista» che «consideravano puramente teorici e astratti i ragionamenti di Lenin e di Trockij». Tuttavia, l’audace paragone paciano dice qualcosa anche in merito alla tendenza del filosofo a ricomprendere il pensiero husserliano dalla fine all’inizio, mostrando l’insensatezza di distinguere fra un “primo” Husserl logico e slegato dalla prassi, e un “secondo” Husserl storico, impegnato a recuperare la problematica della Lebenswelt. Un’attitudine che dalla sua opera si riverserà sull’intero panorama fenomenologico italiano, dando avvio a un cammino che si proporrà riallacciare, dentro e fuori i testi husserliani, il piano della logica a quello dell’esperienza, la sfera del sapere a quella della vita.

Tutto questo però richiede una precisazione: dal momento che la fenomenologia italiana è lo specchio di una postura che non veicola tendenze dogmatiche, questa tendenza si realizzerà in maniera ogni volta diversa, rendendo difficile per molti versi rintracciarne i connotati. Come si legge nel contributo di Roberto Miraglia, ad esempio, Giovanni Piana, a differenza di Paci, criticò alcuni aspetti dell’opera testamentaria di Husserl riscontrando come gli scritti husserliani, nel corso del tempo, tendessero sempre di più a far spazio a «un Hussel ideologico che ripropone i temi etico-fondazionalisti, senza che questo incremento di drammaticità» potesse però «rendere più adeguata ad affrontarli una cassetta degli attrezzi pensata invece in vista della realizzazione di una analitica fenomenologica» (243).  Un discorso analogo, peraltro, si potrebbe fare in merito ai riferimenti che contribuiranno, insieme a Husserl, a determinare le linee della scena fenomenologica italiana, perché se lo Husserl di Paci e Semerari va a braccetto con Marx, mentre è humeano invece lo Husserl di Enzo Melandri di cui tratta il saggio di Stefano Besoli, quello di Sini, conformemente alla convinzione che tornare alle cose stesse (come scrive Federico Leoni) significhi tornare alle operazioni «attraverso cui le cose stesse si costituiscono», diventa un Husserl copernicano, e cioè «radicalmente kantiano» (222).

Ovviamente, si possono individuare anche dei punti comuni negli studi fenomenologici italiani, come l’antiriduzionismo che accomuna ad esempio due personalità per molti versi differenti come Paolo Parrini, di cui scrive Andrea Pace Giannota, e Paolo Bozzi, a cui è dedicato il contributo Roberta Lanfredini. Ma quello che bisognerebbe chiedersi è: posto che quelle che abbiamo individuato non siano affatto le uniche spaccature individuabili all’interno della Fenomenologia in Italia, ha davvero senso parlare di una fenomenologia italiana? Il contributo finale di Federica Buongiorno suggerisce che per affrontare questo problema occorra spostare la questione su un piano diverso rispetto a quello della mera teoria. Questo perché sul piano dell’esperienza, e cioè di un esercizio filosofico che si fa, lo scontro di prospettive differenti muta di senso. Al suo posto, come avviene quando si traduce un testo e ci si trova, da un lato, ad affrontare «la sfida di trovare, se non per certi versi “inventare” la “parola giusta” con cui rendere il termine originale» e, dall’altro, a doversi confrontare con le «scelte già consolidate e difficilmente aggirabili» (299) di una terminologia già presente, emerge l’idea di una comunità di studiosi grazie alla quale l’eco primitivo di un pensiero si è prodotto (o riprodotto) in un determinato contesto.

Quello che si tratta di capire, se è vero che non è affatto semplice individuare i caratteri della fenomenologia italiana, è che questa difficoltà però non è un elemento accidentale, e neanche la dimostrazione che si debba per questo parlare per forza di una pluralità di pensieri che apre le porte a una deriva scettica. Piuttosto, essa è la conseguenza dell’impossibilità di circoscrivere a priori qualcosa che somiglia più a uno stile, a una maniera «che esiste come movimento ancor prima di essere giunta a un’intera coscienza filosofica», come diceva Merleau-Ponty nella Fenomenologia della percezione. Se consideriamo che non si può ripetere quello stile, quella maniera, come si ripeterebbe un proverbio, non possiamo che convenire con i curatori de La fenomenologia in Italia rispetto al fatto che l’unico modo per raccontare la fenomenologia è allora quello di procedere von unten, e cioè quello di ricollegare questo racconto all’esperienza degli autori che le hanno dato forma. Volendo, però, potremmo spingerci anche oltre: riprendendo le parole di John Keats, potremmo affermare che non solo una particolare vicenda di pensiero, ma «Niente può mai diventare reale, senza essere vagliato dall’esperienza. Persino un proverbio: che proverbio è, prima che la vita te l’abbia mostrato?».

Natalie Depraz, Anthony J. Steinbock (Eds.): Surprise: An Emotion?, Springer, 2018

Surprise: An Emotion? Book Cover Surprise: An Emotion?
Contributions To Phenomenology, Vol. 97
Natalie Depraz, Anthony J. Steinbock (Eds.)
Springer
2018
Hardback 90,94 €
VII, 173

Thomas Fuchs: Ecology of the Brain: The phenomenology and biology of the embodied mind

Ecology of the Brain: The phenomenology and biology of the embodied mind Book Cover Ecology of the Brain: The phenomenology and biology of the embodied mind
Thomas Fuchs
Oxford University Press
2017
Hardback £34.99
370

Reviewed by: Valeria Bizzari (Clinic University of Heidelberg, Heidelberg, Germany)

“Embodiment theorists want to elevate the importance of the body in explaining cognitive activities. What is meant by ‘body’ here?” (A. Goldman, F. De Vignemont, 2009, 154).

All’interno del panorama filosofico e scientifico contemporaneo, la domanda posta da Goldman e De Vignemont solleva questioni quantomai spinose e attuali: Che cosa significa essere corporei? Qual è il ruolo del nostro cervello: strumentale o costitutivo della coscienza e del suo rapporto con il mondo? E’ possibile ridurre le attività del soggetto a sostrati neurali o è necessario tenere in considerazione altri elementi, in modo da non decontestualizzare e isolare la soggettività? In altre parole, in che senso è possibile oggi parlare di embodiment?

Nel nuovo libro del professor Thomas Fuchs, noto filosofo e psichiatra presso la Clinic University of Heidelberg, è possibile trovare esaurienti risposte a tali interrogativi. Ecology of the Brain, uscito nei primi mesi del 2018 ed edito dalla Oxford University Press, offre infatti una descrizione innovativa e accurata del cervello, ben lontana sia dai paradigmi neuroriduzionisti sia da quelli funzionalisti e emergentisti, ma ancorata ad un’immagine di soggetto come persona essenzialmente intersoggettiva e inserita in un mondo-della-vita che, a sua volta, ne condiziona lo sviluppo, in un processo circolare in cui cervello, organismo e ambiente hanno un ruolo egualmente fondante rispetto alla vita di coscienza.

Circolarità può essere considerata, in effetti, la parola chiave dell’intero libro: si parla di circolarità ontologica, nel definire lo status del cervello (non organo isolato, ma parte di un organismo vivente); di circolarità epistemologica (non è il cervello che conosce, ma la persona) e di circolarità eziologica (processi neurali e interazioni intersoggettive si condizionano a vicenda, plasmando il cervello e il rapporto soggetto-mondo).

I. Cervello, corpo e percezione

Nella prima parte del libro, Fuchs critica i paradigmi delle neuroscienze cognitive, secondo le quali il cervello è l’unico soggetto dell’azione e della percezione e il vero e proprio costruttore della conoscenza e del rapporto che l’individuo intrattiene con il mondo. Negli ultimi anni in particolare, complici le numerose scoperte neuroscientifiche che sono state fatte (basti pensare ai celeberrimi “neuroni specchio”, che sembrerebbero attivarsi durante la comprensione intersoggettiva) il corpo sta in effetti subendo una riabilitazione ontologica e cognitiva. Si parla sempre più spesso di “embodied cognition”, “embodied action” e “embodied emotions”. Tuttavia, come nota anche Fuchs, è necessario porre attenzione al modo in cui il corpo viene inteso, poichè la maggior parte delle teorie rimane ancorata a una concezione “meccanica”, di “corpo-cervello” del tutto scisso dalle attività di coscienza.

Le prospettive che, pur enfatizzando il suo ruolo, considerano l’embodiment qualcosa di puramente esterno alla percezione, e non costitutivo di essa, sono molteplici, e si possono schematizzare come segue:

  1. Minimal Embodiment: questo approccio, supportato in particolare da A. Goldman, sostiene che ogni cosa che abbia una benché minima importanza per la conoscenza umana avvenga nel cervello, “the seat of most, if not all, mental events” (A. Goldman, F. De Vigemont 2009, 154). Tuttavia Goldman, ponendosi in aperto contrasto con gli altri sostenitori dell’Embodied Cognition (EB), non considera il corpo (inteso come il fisico nella sua totalità) e l’ambiente elementi decisivi nel processo cognitivo. La priorità viene attribuita piuttosto a stati cerebrali, che il filosofo definisce Brain-formatted: ad esempio, nel contesto della cognizione sociale, gli stati cerebrali coinvolti saranno quelli localizzati nell’area dei neuroni specchio, secondo una logica che riduce l’embodiment a processi neurali. In quest’ottica, il cervello non si configura come una parte del corpo, ma, al contrario, il corpo è nel cervello, e le rappresentazioni “brain-formatted” sono “the most promising concept” per promuovere un approccio “embodied”. Questa prospettiva, che potremmo definire internalista e computazionale, ricorda un po’ l’esperimento del “cervello in una vasca”: paradossalmente, infatti, sembra sostenere un’immagine di cognizione disincarnata, in quanto la visione di corpo che supporta viene semplicemente ridotta a una simulazione di fattori corporei che avviene all’interno del cervello. Risulta difficile, quindi, considerare il minimal embodiment un’autentica versione dell’ EC: al contrario, ridurre la corporeità a meccanici processi cerebrali, sembra piuttosto una rielaborazione della classica prospettiva rappresentazionalista e computazionalista. In altre parole, pur fornendo numerose evidenze empiriche, la proposta di Goldman non sembra sufficiente a una descrizione esauriente del processo cognitivo. Tuttavia, come sottolinea Thomas Fuchs (ponendosi in continuità con la proposta di Louise Barrett (2011)), non è possibile concepire un cervello completamente scisso dal corpo, né tantomeno pensare a una priorità degli stati neurali. Al contrario, è necessario pensare al corpo nella sua totalità e nella sua connessione con l’ambiente;
  2. Biological Embodiment: In netto contrasto con il “minimal embodiment”, tale approccio (adottato da autori come Chiel e Beer, Shapiro e Straus) rivaluta il ruolo dell’anatomia e dei movimenti corporei considerandoli centrali all’interno del processo cognitivo, in quanto antecedenti qualsiasi operazione cerebrale di elaborazione delle informazioni. In tal senso, le strutture extra-neurali costituirebbero l’assetto a partire dal quale si modella la nostra esperienza cognitiva. Piuttosto che essere completamente determinate dall’attività neurale, le attività cognitive, così come i responsi motori, sembrano il risultato della nostra conformazione fisica: la flessibilità dei tendini, l’attività muscolare e il complesso funzionamento corporeo determinano infatti le attività “mentali” e Il movimento si configura così come una funzione decisiva per la percezione e l’azione. Le prove empiriche a favore di questa tesi sono molte: è stato dimostrato, infatti, che le vibrazioni producano patterns propriocettivi che inducono un cambiamento nella postura corporea, così come modificazioni della percezione dell’ambiente; allo stesso modo, variazioni ormonali possono condizionare processi cognitivi come la percezione, la memoria o l’attenzione. Nonostante tale approccio abbia dunque il merito di aver rivalutato il ruolo del corpo nella sua complessità, secondo un’ottica che si potrebbe definire gestaltica, il rischio è tuttavia quello di scadere in un mero riduzionismo biologico incapace di spiegare ciò che concerne la vita emotiva e morale del soggetto agente.
  3. Semantic Embodiment: Secondo tale prospettiva (che include, ad esempio, il lavoro di G. Lakoff e M. Johnson), il corpo, insieme alla sua postura e ai suoi movimenti, non solo determina il modo in cui facciamo esperienza del mondo, ma anche i significati che attraverso la percezione siamo in grado di cogliere. Rispetto alle proposte sopra descritte, tale modello di comprensione fa dunque un notevole passo in avanti attribuendo alla corporeità una responsabilità strutturale e contenutistica. In altre parole, la conformazione del corpo percipiente e le sue capacità motorie possono influenzare le valutazioni del soggetto a proposito dell’ambiente: ad esempio, grazie al fatto di avere le mani, percepiamo un oggetto come manipolabile, afferrabile e così via. Il contenuto della percezione sembra così direttamente provocato dall’ “essere corporeo” del soggetto. In particolare, a mediare tra esperienza corporea e rielaborazione concettuale sarebbe la metafora, intesa come il prodotto di schemi ricorrenti relativi all’immagine corporea (sopra-sotto, di fronte, a lato, dietro e così via). Il ruolo delle funzioni sensorio-motorie si rivela dunque la chiave del processo percettivo e cognitivo, così come la base del linguaggio condiviso. E’ interessante notare come il semantic embodiment possa essere assimilato dalla prospettiva della “cognitive linguistic”, di cui gli stessi Lokoff e Johson sono sostenitori: secondo tale approccio,  linguaggio e cognizione interagiscono costantemente, e la capacità linguistica non viene ascritta a un potenziale innato ma deriva dalle interazioni e dal contesto d’uso in cui le abilità linguistiche stesse si acquisiscono e si sviluppano. Sebbene rifiuti il rappresentazionalismo, tale corrente si pone comunque a metà tra una spiegazione fisicalista e un approccio che, invece, considera le relazioni tra organismo-ambiente come referenziali. Anche in questo caso, tuttavia, sembra che alcuni elementi della vita soggettiva, ad esempio l’affettività e tutto ciò che concerne la sfera del pre-riflessivo, non siano tenuti in considerazione, e che una spiegazione che si rifaccia alle tesi principali di questo genere di EC non renderebbe giustizia alla complessità e peculiarità di tali tematiche.
  4. Functionalist Embodiment: la versione più accreditata di tale modello di embodiment è quella definita “extended mind”, supportata da A. Clark e D. Chalmers. Secondo tali autori, considerare il processo cognitivo un’attività esclusivamente neurale costituisce un gravissimo errore. Essi suggeriscono, piuttosto, che la cognizione dipenda dall’azione incarnata di un sistema complesso, del quale possono far parte anche alcuni elementi ambientali. In quest’ottica, il ruolo del corpo non si risolve all’interno della disputa tra meccanismi neurali o corporeità intesa nella sua totalità, ma viene enfatizzata piuttosto la possibilità che il cervello e l’organismo vivente costituiscano un continuum con l’ambiente esterno: si ha dunque una visione di corpo come sistema esteso. Al fine di determinare cosa faccia effettivamente parte del processo cognitivo, Clark e Chalmers hanno elaborato una sorta di test, il Parity Principle, secondo il quale “If, as we confront some task, a part of the world functions as a process which, were it done in the head, we would have no hesitation in recognizing as part of the cognitive process, then that part of the world is part of the cognitive process” (A. Clark, D. Chalmers 1998, 8). In altre parole, secondo tale approccio, i meccanismi cognitivi non si trovano necessariamente ed esclusivamente all’interno della nostra mente. Nonostante, quindi, venga enfatizzata la necessità di una visione gestaltica del processo cognitivo, pare che, tuttavia, tale modello non dia priorità al soggetto inteso come corpo vivo, ma consideri l’organismo in senso meramente biologico, uniformando il suo ruolo all’interno della percezione a quello che, in certe occasioni, potrebbe assumere l’ambiente, in quanto entrambi possono ugualmente farsi latori di informazioni utili. Inoltre, la coscienza e l’esistenza corporea sono considerate come due elementi separati, caratteristica che rimanda al cognitivismo classico e che conferma una visione di fisico alla stregua del fisiologico.
  5. Enattivismo: la prospettiva enattiva sostiene la tesi secondo la quale il processo percettivo alla base della cognizione sia costituito dall’azione. Il più famoso esponente di un simile approccio è E. Thompson, che insieme a Varela e Rosch, nel testo The Embodied Mind riprende la fenomenologia merleau-pontiana e cerca di svilupparne alcuni concetti. Similmente alla “mente estesa” di Chalmers e Clark, anche in questo caso viene sottolineato il fatto che il processo cognitivo non si svolga esclusivamente nel cervello, ma sia distribuito tra corpo, ambiente e mente. Tuttavia, nel caso dell’enattivismo il corpo mantiene comunque la sua priorità, in quanto modella e influenza la percezione: gli aspetti biologici, infatti, incluse le emozioni e le caratteristiche meramente organiche, hanno effetto sulla cognizione, così come i processi sensorio-motori che regolano il rapporto tra individuo e ambiente. Alva Noë ha sviluppato un modello di cognizione enattiva ponendo in diretta correlazione le contingenze sensorio-motorie e le affordances ambientali, sostenendo la tesi secondo la quale “la cognizione è azione” e si baserebbe sull’ ”esplorazione” che il corpo fa dell’ambiente e sulle “structures of our biological embodiment” (F. J. Varela, E. Thompson, E. Rosch 1991, 149). Nonostante tale approccio enfatizzi, dunque, il ruolo del corpo inteso nella sua dinamica relazione con il mondo, ricordando alcune tesi del fenomenologo Merleau-Ponty, esso non chiarisce, tuttavia, in cosa consista il sistema cognitivo, né tantomeno offre una definizione univoca di esperienza cosciente. Non è inoltre chiarito a sufficienza in che senso il corpo possa avere una funzione costitutiva nel processo percettivo.

Combinando fenomenologia, neuroscienze, psicologia dello sviluppo e enattivismo, Fuchs propone dunque un modello alternativo, per il quale la percezione consiste in una relazione attiva tra soggetto incarnato e ambiente, e sostiene la tesi per cui la soggettività non è un epifenomeno di processi neurali, né tantomeno si possa identificare con il cervello. Le neuroscienze cognitive, infatti, commettono errori categoriali, che ricadono sotto il nome di fallacia mereologica e fallacia di localizzazione. La prima, identificata da Bennett e Hacker nel 2003, riguarda l’errore di identificare una parte con il tutto, in questo caso, considerando il cervello l’unico soggetto della percezione, quando invece è la persona nel suo complesso a farlo. La fallacia di localizzazione, invece, indica l’errore di attribuire specifiche esperienze fenomeniche a determinate aree del cervello. Tuttavia, come nota Fuchs, non è possibile localizzare le funzioni cerebrali, ma soltanto i loro disturbi. Inoltre, l’attivazione di un’area del cervello è condizione necessaria ma non sufficiente a una determinata funzione. In atre parole, la coscienza non è il cervello, nè tantomeno può essere considerata un prodotto del cervello. Vi sono numerosi altri fenomeni che vanno tenuti in considerazione, e che non fanno parte del mondo fisico, bensì del mondo-della-vita. La coscienza, infatti, emerge da integrazioni sensoriali-motorie del soggetto vivente con l’ambiente in uno spazio d’azione intermodale; è dotata di un’intenzionalità affettiva che la connota teleologicamente; è consapevole delle potenzialità del sé; integra varie esperienze nel tempo ed è capace di auto-esperirsi in relazione all’ambiente. Al livello neurobiologico è quindi necessario aggiungere il livello dell’esperienza intersoggettiva di sé. Enfatizzando la priorità del mondo-della-vita, Fuchs sottolinea la necessità, da parte delle neuroscienze, di divenire sociali e prendere in considerazione anche quegli aspetti esperienziali che di solito vengono considerati superflui. Il pericolo del rinnovato interesse nei confronti della corporeità è infatti quello di sfociare in una sorta di “neuromania” che consideri il cervello, e non la persona, il vero soggetto dell’esperienza.

Avvalersi di un approccio fenomenologico si rivela quindi adatto per descrivere al meglio la relazione chiasmatica che lega il soggetto al mondo. In particolare, la nozione di “corpo vivo” si rivela utile a tale scopo poiché implica un organismo psicofisico che, per mezzo delle sue capacità cinestetiche, e, quindi, del movimento, non solo riesce a fare esperienza dell’ambiente, ma anche di se stesso (autocostituzione del corpo vivo).

II. Un approccio fenomenologico alla percezione: l’importanza del corpo vivo

Secondo la prospettiva fenomenologica, sia il processo cognitivo che la stessa coscienza altro non sono che il prodotto del nostro essere incarnati. Il corpo costituisce il mezzo attraverso il quale il soggetto può vivere nel mondo e distinguersi dalle creature inanimate. Il corpo vivo, infatti, è caratterizzato dal fatto di essere intenzionalmente diretto verso l’esterno (ponendosi come punto di partenza per ogni tipo di conoscenza) e da un’auto-affezione che gli permette di essere consapevole di se stesso indipendentemente da qualsivoglia interazione con il mondo.

E’, in particolare, Merleau-Ponty a sostenere l’inseparabilità tra capacità corporee e coscienza: in altre parole, la nostra percezione del mondo dipende dagli aspetti strutturali della nostra esistenza corporea. Tale affermazione è confermata, ad esempio, dal caso dell’arto fantasma: pare, infatti, che i pazienti che abbiano sofferto dell’amputazione o della perdita di un arto continuino ad avere percezione dell’arto in questione, come se lo possedessero ancora. Secondo il fenomenologo francese questo caso dimostra in modo esplicito come l’intenzionalità motoria—pre-riflessiva e corporea- strutturi a fondo le esperienze, indipendentemente dalla situazione meramente biologica del soggetto. Il motivo per cui l’arto perduto viene esperito come “quasi-presente” consiste nel fatto che le strutture corporee continuano a fornire al soggetto la percezione del mondo esterno. L’arto fantasma è ancora “incorporato” e inserito nel mondo, che lo “invita” a interagire con esso e i suoi oggetti, nonostante il soggetto non sia più effettivamente in grado di farlo quando. In altre parole, nonostante l’evidente deficit, il mondo continua ad apparire come un luogo a cui l’ “io posso” del soggetto può ancora relazionarsi.

Il ruolo del corpo vissuto sembrerebbe, infatti, quello di strutturare l’esperienza percettiva e renderla significante. Tale tesi risulta evidente, ad esempio, al momento dell’acquisizione di una nuova abitudine: quest’operazione, infatti, non si configura affatto come il risultato di un’operazione meramente intellettiva che avviene per mezzo di rappresentazioni o inferenze, quanto piuttosto come un atto pre-riflessivo, involontario e corporeo. L’incontro tra corpo e mondo implica inoltre un rapporto dinamico e dialettico: la percezione, infatti, non si configura come una mera rappresentazione, ma lo stesso “corpo abituale” viene costantemente modificato dalla sua interazione con l’ambiente. Imparare a danzare, a suonare uno strumento o a scrivere a macchina comporta infatti un cambiamento delle affordances e della relazione intenzionale tra soggetto e mondo.

A partire da quest’immagine di percezione è possibile sostenere che il corpo vivo sia un elemento fondamentale dell’intero processo cognitivo, motivo per cui pare necessario riformulare il rapporto tra cognizione e coscienza e, piuttosto, pensare a un approccio embodied alternativo o comunque complementare a quelli precedentemente descritti.

All’interno di tale proposta il movimento assume una funzione fondamentale, poiché si configura come lo strumento principale attraverso il quale si forma la cognizione: attraverso i movimenti corporei, infatti, il soggetto esplora il mondo, percepisce le affordances e determina le sue abitudini (habit body). In altre parole, il processo cognitivo non è affatto plasmato da rappresentazioni, ma sembra piuttosto il risultato di una percezione essenzialmente incarnata, che avviene a partire da un corpo vivo. Le capacità corporee non sono quindi meri strumenti all’interno del processo cognitivo, ma costituiscono esse stesse la cognizione: seguendo queste tesi, potremmo addirittura affermare che la mente (intesa come l’insieme dei processi cognitivi) sia essa stessa il corpo.

Nella seconda parte del libro, Fuchs sviluppa quindi una visione di cervello compatibile con il mondo della vita esperienziale, e coerente con la dualità che caratterizza la soggettività, che è sì corpo fisico, ma anche corpo vivo, in perpetuo contatto con un mondo culturale e sociale che ne condiziona lo sviluppo.

E’ interessante notare come, in questo contesto, il processo cognitivo sembri avere caratteristiche affettive: il movimento si configura, ad esempio, come la prima risorsa comunicativa, fonte di concetti non linguistici e cinetici (spazio, tempo, forza..). Le attività motorie, così come le esperienze emotive, sembrano quindi gli strumenti principali per rapportarsi e conoscere il mondo, prima che subentrino capacità cognitive più complesse, il cui corretto funzionamento pare piuttosto derivare da esse. Lo sviluppo della percezione mondana sembra perciò dipendere da esperienze corporee complessive e irriflesse, il cui protagonista è il corpo vivo, il corpo che si muove.

Focalizzarsi sulle capacità cinestetiche e motorie, piuttosto che sui correlati neurali attivi durante la percezione, permette perciò di avviare un’indagine verso un percorso più promettente. In altre parole, la concezione gerarchica tra i vari elementi attivi nel processo percettivo deve essere ripensata. Sebbene, infatti, un corretto funzionamento neuro-fisiologico sia necessario, ancor più importanti ai fini di una corretta percezione sono il processo propriocettivo e le cinestesi dell’organismo percipiente: il risultato sarà una concezione olistica di soggetto, e una visione circolare di causalità. Fuchs parla infatti di causalità circolare verticale, che avviene tra cellule (livello base), organi (livello intermedio) e organismo complessivo; e causalità circolare orizzontale, che coinvolge percezione, movimento e ambiente. Causalità circolare orizzontale e verticale si condizionano poi a vicenda, in un meccanismo complesso e olistico che permette il ciclo di cognizione, percezione e movimento. In altre parole, esiste una risonanza costante tra organismo, cervello e ambiente, legame che un approccio riduzionista e fisicalista non è affatto in grado di spiegare  esaustivamente. Il corpo vivo si fa mediatore tra soggetto e mondo, e questo legame non può essere descritto in termini di “rappresentazione”, “mappe”, “simulazioni” o “rispecchiamenti”, ma come una vera e propria risonanza, un rimando continuo e pre-riflessivo tra qualità affettive, corpo, cervello e stimoli esterni.

Prendendo come esempio lo sviluppo della socialità, e descrivendo l’ intersoggettività primaria (ovvero il rapporto diadico tra neonato e madre, che si configura come la prima forma di sincronizzazione affettiva) e l’ intersoggettività secondaria (che implica lo sviluppo dell’attenzione condivisa e relazioni intersoggettive che comprendono l’uso di oggetti), Fuchs enfatizza come fin dalla nascita l’individuo sia, in effetti, pre-riflessivamente e corporalmente legato all’altro e al mondo: l’intenzionalità corporea e l’immediata consapevolezza delle proprie cinestesi caratterizzano il soggetto fin da subito.

L’azione corporea non sempre, quindi, è complementare alla cognizione, ma è possibile sostenere che essa stessa sia cognizione. La posizione di Fuchs è quindi coerente con ciò che afferma M. Johnstone: “The human mind is not contained in the body, but emerges from and co-evolves with the body… A human being is a body-mind, that is, an organic, continually developing process of events”(M. Johnson 2007, 279).

Grazie alle nostre capacità cinestetiche impariamo a rapportarci con il mondo, acquisiamo nuove abitudini, diveniamo in possesso di quel “saper fare”, la praktognosia, essenziale per il nostro ancoraggio al mondo in quanto presenze animate (e non come cervelli disincarnati e decontestualizzati).

L’esperienza non è un epifenomeno, ma ha un ruolo centrale per la comprensione della mente: è quindi necessario un ripensamento della comprensione dell’apparato cognitivo: la mente umana sembra infatti “incarnata” nell’organismo e “incorporata” nel mondo, perciò irriducibile a strutture cerebrali.

La nostra vita mentale sembra coinvolgere, inoltre, tre tipi di attività corporee interrelate tra loro: auto-regolazione, interazione intersoggettiva, percezione sensoriale-motoria. Un approccio che tenti di spiegare in modo esauriente tale sistema deve quindi tenere in considerazione non tanto la correlazione tra attivazioni neurali e stimoli esterni, quanto il rapporto dinamico tra soggetto e ambiente circostante. Di conseguenza, anche l’apparato neurofisiologico dovrà essere ripensato come qualcosa di plastico, attivo e in costante evoluzione. Il risultato è un’immagine di soggetto e mondo come elementi ugualmente coinvolti in un processo circolare e olistico incomprensibile da una prospettiva meramente rappresentazionalista: cognizione e coscienza (incarnata) sono quindi intimamente connesse.

Un ulteriore vantaggio dell’approccio fenomenologico adottato da Fuchs è inoltre quello di rendere giustizia alla corporeità nel suo complesso: il corpo vivo, infatti, implica qualcosa di più di un insieme di schemi sensoriali-motori funzionanti. Essendo un’entità essenzialmente psicofisica, il Leib include fattori pre-noetici che, tuttavia, hanno un ruolo attivo nella percezione, come, ad esempio, i fattori affettivi ed emozionali.

Come nota Gallagher (si veda, ad esempio, S. Gallagher, M. Bower 2014) infatti, gli elementi affettivi e passivi hanno un valore motivazionale che anima l’interazione tra soggetto e mondo: si pensi, ad esempio, al caso della fame, istinto in grado di condizionare e talvolta distorcere i giudizi cognitivi. Uno studio effettuato da Danzinger et al. nel 2011 ha infatti dimostrato che le decisioni dei giudici non sono mai totalmente il frutto della mera applicazione delle leggi: molto spesso, piuttosto, il loro stato psicosomatico gioca un ruolo fondamentale nell’emissione del verdetto. Allo stesso modo è stato dimostrato come le emozioni condizionino la percezione mondana e i processi cognitivi: questo ha fatto ipotizzare l’esistenza di una coscienza affettiva e incarnata la cui posizione all’interno dell’esperienza non sia del tutto passiva.

Tale descrizione di persona come organismo essenzialmente duale ha conseguenze importanti. Innanzitutto, il contributo di Fuchs permette di ripensare il cosiddetto “mind-body problem” in termini di interrelazioni tra mente e corpo, o meglio, tra organismo vivente e cervello. Si potrebbe sostenere che la sua sia una versione “forte” dell’emergentismo, che va tuttavia a dare priorità al tutto rispetto alle componenti, e a enfatizzare la reciprocità tra livello locale e livello globale (grazie al concetto di causalità circolare). Il peggior difetto delle teorie contemporanee a proposito del rapporto mente-corpo, infatti, è quello di escludere un concetto autonomo di vita, che Fuchs (con esplicito riferimento alla nozione di autopoiesi introdotta da Varela) prende invece in considerazione, convinto che non sia possibile parlare di soggetto, o mente, senza aver ben presente il fatto che questo sia essenzialmente un corpo vivo, dotato di e-mozioni e “gettato” fin da subito in un mondo tutt’altro che asettico e passivo.

III. Per una psichiatria diretta alla persona

Una simile concezione di soggetto ha inevitabili conseguenze anche in ambito psichiatrico: negli ultimi capitoli del libro, quindi, Fuchs affronta il tema della malattia mentale e dello statuto della psichiatria. Anche in questo caso la sua posizione risulta antagonista rispetto a antagonista a quegli approcci neurobiologici riduzionisti, secondo i quali la patologia mentale altro non è che un disturbo cerebrale. In tal modo, tali prospettive reificano il disordine psichico (infatti localizzano gli stati mentali in specifiche aree del cervello), e isolano il soggetto (in quanto considerano esclusivamente gli aspetti neurobiologici, indipendentemente dal contesto). Tuttavia, i disordini mentali non sono localizzati nel cervello, ma affliggono la persona e le sue relazioni con gli altri e con il mondo. Riprendendo il tema della circolarità, che funge da filo conduttore dell’intero libro, Fuchs sostiene che la malattia mentale stessa consista quindi in un processo circolare nel quale processi psicosociali (interazioni intersoggettive), interazioni tra cervello, organismo e ambiente, e processi neurali e molecolari all’interno del cervello si condizionano a vicenda. Oltre a una predisposizione genetica, nell’eziologia della psicopatologia hanno quindi un ruolo anche le prime interazioni sociali (che influenzano la maturazione epigenetica del cervello) e le influenze ambientali (quelle negative, ad esempio, comportano uno sviluppo deficiente delle capacità relazionali).

Di conseguenza, anche i trattamenti dovranno tenere in considerazione sia i processi neurali che quelli intenzionali interattivi. Alla farmacologia (che influenza l’andamento del disordine a livello neurale, modificando le attività cerebrali che, a loro volta, influiscono sull’esperienza soggettiva) si andrà quindi a sommare l’effetto di una terapia interattiva basata su uno scambio interpersonale che ha l’effetto di alterare gli schemi neurali. I trattamenti si configurano così come vere e proprie azioni, forme di comunicazione incarnata orientate alla persona nel suo complesso.

Come sosteneva Merleau-Ponty, infatti, “la malattia è una forma d’esistenza completa” (M. Merleau-Ponty 2003, 177), espressione di una particolare variazione dell’essere-al-mondo del soggetto colpito.

Cercando quindi di oltrepassare la mera interpretazione e catalogazione dei sintomi, l’approccio descritto da Fuchs sembra avere il merito di spiegare scientificamente in cosa consista la malattia e comprendere cosa significhi per il paziente l’esperienza psicotica. Enfatizzando la centralità degli aspetti pre-riflessivi dell’esperienza, una visione “circolare” di patologia riesce così a porre la dimensione pre-teorica, vissuta e emozionale al centro dell’indagine psichiatrica.

Risulta chiaro, quindi, come un approccio meramente riduzionista sia insufficiente a spiegare la complessità dell’esperienza della malattia: non è possibile localizzare la patologia in una specifica area del cervello, in quanto ciò che risulta compromesso è la soggettività nel suo complesso. La dualità enfatizzata all’inizio del volume, in cui il soggetto viene descritto come corpo fisico e corpo vivo, permette quindi di definire la psichiatria come una scienza che possiede un “soggetto-oggetto”, un orizzonte di significato che, come già aveva osservato Basaglia, necessita di un approccio integrativo, che oltrepassi il gap epistemologico tra un riduzionismo neurobiologista  e una psicologia che spiega i sintomi esclusivamente in termini di disordini interni alla mente. Mutuando un’espressione di Jaspers, è necessario un pluralismo metodologico che tenga in considerazione la complessità della coscienza, i suoi vissuti e il ruolo delle interazioni sociali.

Il libro di Fuchs riesce quindi ad offrire non solo una rinnovata immagine di soggetto, ma anche un’interessante e concreta proposta nel campo della psicopatologia: la circolarità descritta all’interno del libro non è perciò un concetto astratto, o una semplice metafora dell’interazione soggetto-mondo, ma una vera e propria direzione che le terapie dirette ai disturbi “mentali” (se così possiamo ancora definirli) dovrebbero assumere.

Ecology of the Brain permette quindi di trovare risposte soddisfacenti ai quesiti che ci si poneva all’inizio di tale recensione: embodiment non è un semplice attributo, ma un modo di essere del soggetto che va ben oltre i suoi sostrati neurali, poiché il corpo vivo si fa fin dalla nascita coscienza dinamica e intenzionale in cui processi vitali e fisici (Leben e Erleben) si intrecciano ontologicamente in modo inestricabile.

Bibliografia Essenziale

Barrett, Louise. 2011. Beyond the Brain: How Body and Environment Shape Animal and Human Minds. Princeton University Press.

Bennett, Max, Hacker, P. 2003. Philosophical foundations of neuroscience. Oxford: Blackwell Publishing.

Clark, Andy, Chalmers, David. 1998. The Extended Mind. In Analysis 58.

Danzinger, Shai, et al. 2011. Extraneous factors in judicial decisions. In Proceedings of the National Academy of Sciences in the USA, a. CVIII, n. 17, pp. 6889-6892.

Gallagher, Shaun, Bower, Matthew. 2014. Making enactivism even more embodied. In Avant V No. 2/2014, pp. 232-247.

Goldman, Alvin, De Vignemont, Frederique. 2009. Is social cognition embodied?. In Trends in Cognitive Sciences 13 (4), pp. 154-159.

Jaspers, Karl. 1959. Allgemeine Psychopatologie. Springer, Berlin-Gottingen-Heidelberg; engl. transl. General Psychopathology. Chicago: Il, University of Chicago Press.

Johnson, Mark. 2007. The Meaning of the Body. Chicago: Chicago University Press.

Merleau-Ponty, Maurice. 2003. Fenomenologia della Percezione. Bompiani Editore, Milano.

Varela, Francisco, Thompson, Evan, Rosch, Eleonor. 1991. The Embodied Mind. The Mit Press, Massachusetts.

Dan Zahavi: Phenomenology: The Basics, Routledge, 2019

Phenomenology: The Basics Book Cover Phenomenology: The Basics
The Basics
Dan Zahavi
Routledge
2019
Paperback
200

Denis Seron: Apparaître: Essai de philosophie phénoménologique

Apparaître: Essai de philosophie phénoménologique Book Cover Apparaître: Essai de philosophie phénoménologique
Studies in Contemporary Phenomenology, 16
Denis Seron
Brill
2017
Hardcover €204,00
xii, 213

Reviewed by: Charles-André Mangeney (Archives Husserl de Paris, rattachées à l'ENS d'Ulm. Paris, France)

Des géants ou des moulins ? A propos de l’ambiguïté de l’intentionnalité en phénoménologie.

Une manière d’entrer dans le nouveau livre de Denis Seron est  d’emprunter le chemin d’un  des problèmes centraux et classiques en  philosophie de l’esprit et du langage, problème qui sert de pivot au déploiement de son argumentation : le problème  de représentations sans objets, connu en philosophie du langage sous la forme russellienne du problème des énoncés singuliers existentiels négatifs. Intuitivement, le problème se formule ainsi [i] : lorsque je dis, par exemple, « Le Père Noël n’existe pas », je profère bien un énoncé doté de signification, mon énoncé et la représentation qui le sous-tend se rapportent à quelque chose, et tout le monde me comprendra s’il m’arrive de dire  une telle chose, bien que  mon énoncé soit sans référence. On me comprend, et pourtant, je ne parle de rien. Tout se passe comme si je parlais bien de quelque chose, puisque ce que je dis a un sens, alors que  je ne parle pas de quelque chose qui se trouve dans le monde (il n’y a pas hors de moi un référent « Père Noël » dont cela a  du sens de parler). Or, notre conception naïve du langage, reprise par les empiristes de Hobbes à Stuart-Mill, indexe le sens d’une proposition sur sa référence : dire quelque chose qui a du sens, c’est faire en sorte qu’à notre discours corresponde un état de chose auquel il est adéquat. Or, avec l’exemple du Père Noël, ce n’est pas le cas. Comment est-il donc possible qu’un énoncé sans référence soit doté de sens et de quoi cet énoncé, puisqu’il est pourvu de sens, peut-il bien parler ? On dit bien, en présence d’un énoncé dépourvu de signification, que l’on ne voit pas de quoi il parle, et donc que son objet, sa référence, n’est pas clairement défini. Ce problème se retrouve dans toutes les attitudes propositionnelles qui peuvent impliquer un irréel : lorsque je dis que « je m’imagine le Père Noël », ou alors même dans les illusions ou les comportements hallucinatoires (« j’ai cru un instant voir un spectre  » etc.). Ici aussi, nous comprenons ces propositions, et pourtant elles font référence à une certaine forme de non-être.

La stratégie de  Denis Seron consiste  à réinvestir  une des solutions données à ce problème  impliquant  le recours à l’intentionnalité et à tenter en retour une clarification des concepts qui appartiennent à la panoplie intentionnaliste, afin d’en retirer  une conceptualité phénoménologique claire et une définition plus précise de la phénoménologie (il faudrait dire que l’allure logique de l’argumentation ici mise en œuvre est du type : « si l’intentionnalité doit vraiment permettre de répondre au problème des représentations sans objets, alors il faut qu’elle comporte telle ou telle détermination »).

On peut apporter deux types de solutions à ce problème : d’abord, la solution que l’on peut qualifier de sémantique, d’inspiration frégéenne ou russellienne, et qui consiste à soutenir que le langage peut parfois être trompeur, puisqu’en réalité, derrière les formulations paradoxales du type « X n’existe pas », nous trouvons une structure logique saine et non aporétique. Russell montrera , par exemple, qu’il est d’abord nécessaire de distinguer être et existence , que quelque chose peut être sans nécessairement exister (un concept est quelque chose mais n’a pas  d’existence dans le temps et  l’espace), puis que  les énoncés sans objets peuvent tous se traduire sous la forme de concepts sans subsomption ou extension, d’un concept vide d’instanciation : dire « Pégase n’existe pas », cela revient en fait simplement à affirmer que sous le concept de Pégase ne tombe aucun objet, présupposant par là  la distinction entre sens et référence que l’on doit à Frege[ii]. Ainsi, affirmer que Pégase n’existe pas, revient bien à parler de quelque chose : nous parlons du concept « Pégase » et nous affirmons qu’il n’existe pas d’individus y correspondant.

Denis Seron critique explicitement cette conception sémantique ou conceptualiste, et l’objection est de taille, puisque  ces conceptions ne parviennent pas à rendre compte des hallucinations ou même d’attitudes propositionnelles comme l’imagination (il est peu probable que lorsque nous  imaginions Pégase, nous ne faisions qu’en convoquer le concept). Denis Seron se revendique au contraire d’une approche héritée de Brentano et Husserl, d’une approche intentionnaliste, qui se réfère à une compréhension bien précise de ce que l’on nomme les contenus intentionnels. En  un sens, celle-ci pourrait d’abord se formuler comme suit , en revenant à Husserl : «Si […] l’on demande comment il faut entendre que le non-existant ou le transcendant puisse avoir valeur d’objet intentionnel […] il n’y a à cela pas d’autre réponse que […] : l’objet est un objet intentionnel, cela signifie qu’il y a un acte avec une intention de caractère déterminé qui […] constitue précisément ce que nous appelons l’intention dirigée vers l’objet»[iii]. C’est donc sur la voie d’un retour à Husserl et  Brentano qu’il nous faut suivre notre auteur pour en apprécier la richesse et l’originalité.

  • Le problème de l’intentionnalité : le contenu intentionnel n’est pas l’objet extramental

Denis Seron rappelle d’abord l’origine et les présupposés fondamentaux de toute théorie intentionnaliste de l’esprit[iv]. Le terme d’intentionnalité  est originellement un terme de  scolastique médiévale, repris par Brentano dans un but précis : lutter contre  la conception empiriste et dite « atomiste » de l’esprit. Si nous partons du principe que  l’esprit est constitué de  contenus mentaux que l’on nommera des représentations, les représentations que nous vivons effectivement sont des contenus complexes que nous appelons des contenus propositionnels,[v] et qui se caractérisent par le fait d’être toujours en lien avec le monde, au sujet de ce qui s’y passe. Ainsi , comme le rappelle Denis Seron, désirer, croire, penser, ce n’est pas simplement avoir conscience de désirer, de croire ou de penser, mais c’est bien plutôt désirer que quelque chose se réalise dans le monde, croire que quelque chose a lieu, penser à quelqu’un ou quelque chose. Autrement dit, si nos représentations sont intentionnelles, cela signifie qu’elles sont toujours représentations de quelque chose. L’auteur rappelle très clairement la ligne de fracture entre la conception intentionnelle et la conception atomiste de l’esprit. Pour des empiristes comme Hume, Hobbes ou Stuart Mill, le caractère intentionnel des représentations est accidentel et dérivé  : pour eux , les représentations qui peuvent être intentionnelles sont des complexes formés d’éléments simples non-intentionnels, les sensations, qui sont le fruit d’un rapport causal, et donc non sémantiquement motivé, avec le monde. Il n’y aura donc que certaines représentations qui pourront prétendre à mordre sur le monde, mais  originellement le flux mental est fermé sur lui-même, composé d’éléments simples sans rapport avec les choses. Pour Brentano, au contraire, tout contenu mental est un « acte intentionnel »[vi], c’est-à-dire qu’il est intrinsèquement au sujet, à propos de quelque chose d’autre que lui-même.

Après ces éclaircissements, si nous en revenons au problème des représentations ou énoncés sans objets, il nous semble d’abord qu’une telle théorie non seulement ne peut pas nous aider à résoudre ce problème, mais bien d’avantage, qu’elle nous plonge dans une perplexité plus grande encore. En effet, si nous reprenons la question de  Denis Seron lui-même au début du second chapitre :  comment des représentations sans objets (fiction, hallucination, illusion) sont-elles possibles, si toute représentation doit être intentionnelle, c’est-à-dire si toute représentation se définit intrinsèquement par la propriété d’être au sujet de quelque chose d’autre qu’elle ?  nous conduirait à affirmer que celui  qui voit un spectre ne voit rien (le spectre n’est pas présent en chair et en os devant lui) mais qu’ il doit bien voir quelque chose, puisque sa perception doit être intentionnelle. Tout le travail de Denis Seron , grâce aux avancées conceptuelles de Brentano et  Husserl, montre non seulement que l’intentionnalité permet de répondre à cette question, mais qu’en retour cette question elle-même nous permet de mieux déterminer ce qu’est l’intentionnalité.

 Reprenons l’exemple de l’hallucination, et soyons attentifs à sa grammaire. Soit l’exemple, repris ici, de Don Quichotte[vii] qui, sur la route de Puerto Làpice, voit des géants alors qu’il s’agit en réalité de moulins. En  un sens, Sancho Panza a raison de rétorquer à Don Quichotte qu’il ne s’agit pas de géant mais bien de moulins, mais en  un autre sens, Don Quichotte à raison de répondre à son tour qu’il voit bien des géants, et qu’il ne voit pas autre  chose. Toute la force  de la conception intentionnelle de Brentano, reprise par Denis Seron, est de  nous permettre de maintenir ensemble  les deux alternatives de ce dilemme et d’y séjourner assez longtemps pour le résoudre. Il va s’agir  en réalité de faire apparaître l’ambiguïté de la grammaire de l’intentionnalité. En effet, l’argument clé est qu’il faut distinguer le fait qu’une représentation soit au sujet de ou à propos de, et le fait qu’elle soit en relation à ce à propos de quoi elle est. Autrement dit, l’internalisme de Brentano nous permet de distinguer le contenu intentionnel de la représentation et son objet. Une représentation peut être au sujet de X (avoir X comme contenu intentionnel) sans être en relation effective avec un X extra-mental (avoir X pour objet). La distinction entre le contenu intentionnel et l’objet est la pierre de touche de l’exposé de Denis Seron, il faut donc bien la comprendre : si le contenu intentionnel est une propriété de l’état mental intentionnel, il n’est pas une entité intermédiaire par laquelle serait médiatisé notre rapport au monde, il est lui aussi intrinsèquement mental et de la même étoffe que notre esprit, mais il oriente notre esprit vers quelque chose du monde sans être lui-même cette chose. On parlera alors d’une théorie de l’inclusion intentionnelle, et il faudra la comprendre en termes d’apparence. Lorsque je dis par exemple que « la tache sur ma chemise m’apparaît comme bleue »[viii], je dis bien d’une part que ma représentation est au sujet de ma chemise et de la tache qui s’y trouve, je parle donc de  quelque chose qui se trouve dans le monde, mais du fait de l’utilisation d’une grammaire de l’apparence,  j’indique également que ma représentation n’a pas encore trouvé le chemin de sa référence, c’est-à-dire, précisément son objet. En disant qu’il me semble que la tache est bleue, je peux encore me tromper. Il est donc possible que ma représentation ait une direction, qu’elle concerne intentionnellement quelque chose, sans qu’elle soit en référence à un objet : elle peut avoir un contenu intentionnel sans pour autant être en relation à un objet existant en dehors d’elle-même (il faut noter que Denis Seron prends ici explicitement position pour une conception brentanienne, c’est-à-dire, intra-psychique de l’intentionnalité, à rebours de toute conception métaphysique de l’intentionnalité[ix], comme par exemple la conception heideggerienne qui établira que l’intentionnalité est transcendance, c’est-à-dire, relation au monde[x]).

  • L’ambiguïté intrinsèque du langage intentionnel

Cette théorie de l’inclusion intentionnelle ne nous permet pas encore  de voir comment Denis Seron résout le problème de l’hallucination : nous devons mieux saisir ce qu’il nomme l’ambiguïté intrinsèque du langage intentionnel . Pour ce faire, il faut distinguer  l’intentionnalité à proprement parler et la conscience phénoménale. Cela revient à distinguer le contenu intentionnel visé par la conscience et  la conscience de la visée de ce contenu : lorsque nous disons que « nous voyons un vase devant nous », d’une part, nous avons une conscience perceptuelle de ce vase, c’est-à-dire que notre état mental se dirige vers un objet, et si nous voyons effectivement le vase, nous sommes absorbés par lui dans une expérience directe, mais d’autre part, nous avons aussi conscience de percevoir le vase, conscience de notre propre perception, et si quelqu’un nous demandait « que fais-tu ? », nous pourrions sans difficulté lui répondre : « je regarde ce vase ». Pour le dire en termes sartriens, toute conscience non-positionnelle de soi est accompagnée d’une conscience pré-réflexive de soi[xi]. Notons ici que Seron reprend le contenu minimal du dénominateur commun à Brentano et  Husserl[xii], à savoir, l’idée qu’il y va de l’essence même de la conscience que  de se connaître (une conscience inconsciente est un monstre logique, comme un cercle carré), même si elle se connaît sur un plan pré-objectif et non encore représentatif.

Dans le cadre de la théorie non relationnelle ou encore de la conception adverbiale l’intentionnalité défendue par Denis Seron à la suite de Brentano, cette distinction entre conscience phénoménale et représentation intentionnelle est décisive pour répondre au problème des représentations sans objets. Si l’on reprend l’exemple célèbre de Brentano : « Le centaure est une fiction des poètes », il est très clair que ce qui est en question ici, ce n’est pas l’objet extra-mental « Centaure » avec lequel les poètes seraient en relation par le truchement d’une représentation cherchant une référence dans le monde, mais c’est bien plutôt un état mental intrinsèquement « à-propos-de-Centaure », et dont la conscience phénoménale permet de rendre compte, puisque lorsque j’imagine des centaures, j’ai conscience de les imaginer. Si bien que l’énoncé « Le centaure est une fiction des poètes » qui était encore problématique  dans une conception métaphysique et relationnelle de l’intentionnalité (puisqu’il faudrait que le poète soit en relation avec le Centaure comme objet extra-mental), devient un simple énoncé concernant un état mental, dans lequel est inclus un contenu intentionnel, lui-même encore mental. L’objet auquel il est  fait explicitement référence, c’est la représentation elle-même et non pas son objet extra-mental. Denis Seron propose de paraphraser l’exemple brentanien comme suit : « Il existe un état mental tel que des poètes sont dans cet état et qu’il a pour contenu intentionnel le centaure »[xiii]. Ainsi, la référence touche l’état mental intentionnel des poètes, et non pas son objet, ce qui serait absurde.

Il y a cependant certains contextes dans lesquels il est difficile de savoir si c’est  l’état mental avec son contenu intentionnel qui est endossé[xiv], c’est-à-dire qui est tenu pour existant et prétend au rôle de référent, ou si c’est  l’objet extra-mental. Si je dis : « j’imagine le Père Noël », il n’est pas difficile de savoir que ce qui est endossé, ce n’est pas l’existence du Père Noël, mais l’existence de mon « imagination-à-propos-du-Père-Noël » en tant qu’état mental intrinsèquement intentionnel. Dans le cadre du vocabulaire de l’apparence ou de l’hallucination, les comptes-rendus de l’expérience intentionnelle deviennent précisément ambigus. Si je dis que « la tache m’apparaît bleue », il n’est pas évident de savoir si je me situe sur le simple plan de l’apparence phénoménologique qui ne me permet de n’endosser que l’existence du contenu intentionnel pour moi, c’est-à-dire au sein de mon état mental, et cela sans prétention à mordre sur l’être effectif de la tache, ou si au contraire je prétends faire référence à la tache elle-même, de manière extra-mentale.

  • In recto, in obliquo.

Nous voudrions attirer l’attention du lecteur sur une distinction très importante que l’on doit à Brentano, et qui, si  elle est souvent oubliée, est bien rappelée et restituée dans toute sa richesse par Denis Seron. Il s’agit de la distinction entre le modus rectus et le modus obliquus[xv]. Elle nous permet de mieux thématiser l’ambiguïté intrinsèque du vocabulaire intentionnel et de tenir ensemble sa double aspectualité (le contenu intentionnel mental et la référence extra-mentale) : si je perçois qu’il pleut dehors et que je suis sûr que  c’est bien le cas, alors on dira, d’après Brentano, qu’in recto je me réfère à la pluie comme objet avec lequel je suis en relation, et qu‘in obliquo je me réfère à l’état mental intentionnel qui vise la pluie, c’est-à-dire indirectement et non représentativement, mais par le biais de ma conscience phénoménale intra-mentale. Inversement, dans les cas où la référence est incertaine, comme par exemple si je crois simplement qu’il pleut , il faudra dire qu’in recto je me réfère d’abord à mon état mental, mais qu’in obliquo je vise, du fait de  mon contenu intentionnel inclus  dans mon état mental de croyance, quelque chose comme la pluie. Comme le dit Denis Seron : « La description phénoménologique in obliquo est ontologiquement réductible à la description psychologique in recto […] »[xvi], c’est-à-dire que lorsque l’on prétend référer dans le cadre d’un  référence incertaine ou qui échoue, la référence effective doit se retourner vers la tentative de référence elle-même, et donc, le vécu psychologique en personne (dire que « X m’apparaît », dans le cadre d’une description phénoménologique oblique, c’est dire  que j’ai effectivement un contenu mental visant intrinsèquement X).

Nous pouvons alors comprendre en quoi, dans l’exemple des géants pris pour des moulins, Sancho Panza et Don Quichotte ont raison. En effet, en  un premier sens, Sancho Panza a raison de dire qu’il n’y a pas de géants, car il n’y a pas d’objet extra-mental dénotable in recto sous la forme de géants. Mais Don Quichotte a raison, en  un autre sens, de dire que ce qu’il voit c’est bien des géants, au sens où il faut convertir sa description phénoménologique in obliquo en description psychologique in recto : il existe bien un état mental intentionnel au sujet ou concernant des géants et dont Don Quichotte est le porteur. Il est donc vrai qu’il n’y a pas de géants et que Don Quichotte ne voit rien sur le plan de l’objet, mais il est vrai qu’il y a bien des géants sur le plan du contenu intentionnel mental. Les géants n’existent qu’in obliquo, mais le contenu mental intentionnellement lié aux géants existe bien, lui, in recto.

  Cette manière élégante de régler le problème des représentations sans objets, a de lourdes conséquences en ce qui concerne sa compréhension implicite de ce qu’est l’intentionnalité. Cette conception très brentanienne suppose d’abord de définir  l’intentionnalité en termes d’apparence, c’est-à-dire  d’un donné non pas immédiatement en lien avec le monde, mais qui est d’abord présent pour moi et pour moi seulement. Il y a d’abord une conscience phénoménale pré-représentationnelle. Ce qui, nous rappelle Seron, implique non plus  de définir la conscience en termes d’intentionnalité (et ainsi, la conscience viserait donc quelque chose sous la forme d’une représentation qui prendrait position sur l’existence ou l’inexistence d’un état de choses), mais l’intentionnalité en termes de conscience (par là, un état mental intentionnel est d’abord le fait intrinsèque d’avoir conscience du fait qu’il est au sujet de X). Ce qui permet à l’intentionnalité de n’être plus la notion originaire, mais d’être une notion seconde, laissant  la préséance à  la distinction entre existence et apparence. Cela a l’avantage immense de montrer qu’une représentation intentionnelle peut réussir ou échouer[xvii], et c’est ce qui permet, dans les cas d’échec, de penser des  représentations sans objets. Denis Seron ajoute que cet internalisme n’est pas pour autant un phénoménisme stricte : certes nous commençons par avoir conscience de nos représentations, d’un point de vue privé, mais la visée in obliquo creuse une brèche dans le solipsisme et fait en sorte que l’état mental soit toujours et au moins à la recherche de quelque chose du monde, même s’il ne le trouve pas : même lorsque ce qui m’apparaît n’existe pas, il faut déjà que cet apparaître prétende à l’existence pour qu’il puisse être démenti.

Cette nouvelle définition de l’être même de l’intentionnalité permet, par ailleurs, à Denis Seron de critiquer, par l’intermédiaire de sa résolution du problème des représentations sans objets, certaines conceptions contemporaines de la perception et de l’intentionnalité. Il critique d’abord la théorie des sens-data, en démontrant que contrairement à sa théorie, qui conserve au moins un rapport oblique au monde, cette dernière sombre dans un internalisme radical qui vire à l’idéalisme, perdant toute possibilité d’une intentionnalité effective. Il s’attaque  ensuite à  la conception sémantique de l’intentionnalité, à travers un de ses représentants : Gilbert Ryle. Le point de discussion concerne la possibilité d’une intentionnalité qui ne soit pas conceptuelle. Seron défend alors l’idée qu’il y a des expériences immédiates, non médiatisées par du  conceptuel, qui nous mettent en présence des choses. C’est dans cette même optique qu’il va critiquer la thèse célèbre sur la perception de Charles Travis. La position de Travis consiste à dire que la perception est « une simple confrontation »[xviii] au  monde, qu’elle est en deçà de toute attitude propositionnelle, c’est-à-dire qu’il n’y a aucun sens à dire qu’elle pourrait échouer ou réussir. Par exemple, dans le cadre de l’illusion de Müller-Lyer, analysée par exemple par Jocelyn Benoist[xix], nous voyons d’abord perceptuellement la ligne avec les flèches tournées vers l’intérieur comme plus grande que celle avec les flèches tournées vers l’extérieur. Et cela  n’a pas de sens de dire que nous nous trompons, dans l’espace logique de la perception. Notre perception n’est alors illusoire qu’extrinsèquement, dans la position de Travis, à l’expérience perceptive. Le contre-argument de Seron, fort de tous les acquis précédents, se présente comme suit : si l’on veut préserver la différence entre l’être et l’apparaître, il faut en  un certain sens que la perception soit déjà représentationnelle, et qu’elle prenne position, même si c’est seulement de manière oblique, quant à l’existence ou à la non existence de son objet.

  • Conclusion : qu’est-ce que la phénoménologie ?

Enfin,  cette définition internaliste de l’intentionnalité, la définissant comme un apparaître qui prétend obliquement à la référence sans nécessairement y avoir accès d’emblée, a une implication majeure : elle détermine une certaine compréhension de ce qu’est la phénoménologie et du contenu de son travail. Si l’intentionnalité est définie en terme  d’apparence, et si l’apparence, qui n’est certes pas une entité médiatrice entre le sujet et le réel, mais bien plutôt un moment de l’accès du sujet au réel, le rôle de la phénoménologie va être  « d’analyser les apparences »[xx] pour établir quelles sont  celles qui vont pouvoir légitimement prétendre à la référence, et  celles qui ne le pourront pas. Autrement dit, la phénoménologie doit être une théorie critique[xxi]. En d’autres termes, cela signifie que la phénoménologie n’est plus une discipline autonome, mais qu’elle devient un instrument nécessaire de toute théorie de la connaissance qui prétend décrire nos conditions d’accès au réel lui-même. La phénoménologie devient donc bien, comme le précise Denis Seron, une ressource pour la philosophie de l’esprit, et notamment pour répondre à un des questions principales qu’elle pose : qu’est-ce qu’une croyance vraie ? Nous en arrivons donc à une définition minimale de la phénoménologie, consciemment déflationniste[xxii], qu’avec Denis Seron nous pourrions formuler ainsi : il s’agit d’une théorie permettant de parvenir à une connaissance objective de l’expérience subjective. L’étude phénoménologique de l’apparaître se trouvera, dans cette perspective, toujours placée dans un contexte où l’apparaître est toujours déjà compris depuis une  différence effective en  l’apparence et la réalité : étudier l’apparence, ce n’est pas d’abord étudier comment le monde nous apparaît en original, mais déterminer à quelles conditions cet apparaître pourra toucher et rejoindre ce qui est véritablement.

La prise de position est ici, dans son ensemble, une prise de position empiriste, c’est-à-dire que la démarche fondamentale de ce travail consiste à  retracer la genèse subjective de l’objectivité, en partant de ce qui se donne à nous, de l’expérience, pour déterminer à quelles conditions cette expérience pour nous est aussi expérience de ce qui existe en dehors de nous. La démarche de Seron est explicitement anti-naturaliste, puisque le naturalisme refuse par principe que le subjectif soit premier, et  des relations naturelles (connexions neurales, efficiences de processus physiques etc.) le fondement de toute connaissance possible. La « réduction phénoménologique », véritable pierre de touche de la phénoménologie historique, acte fondateur du retour aux choses mêmes, se voit conférer , dans cette optique, un sens déterminé : il s’agit de ce que Seron nomme une « escalade phénoménologique »[xxiii], et qui consiste à réduire les représentations visant le monde in obliquo à des états mentaux psychologiques pris pour thème réflexivement in recto. Cette escalade nous permet de sortir de l’attitude naturelle dans laquelle nous endossons nos croyances en ce qui concerne le monde, pour revenir réflexivement aux états mentaux et à leurs contenus intentionnels intrinsèques, afin de déterminer si l’endossement qu’on leur prête, concernant le monde et non plus seulement leur existence psychologique, est justifié.

Cette manière d’intégrer la phénoménologie à la philosophie de l’esprit représente, comme le rappelle Denis Seron dans son avant-propos, une réelle possibilité de réconciliation de la philosophie continentale et de la philosophie analytique. Nous voudrions cependant nuancer une telle affirmation, car la définition de la phénoménologie qu’elle implique laisse pour compte  et exclut tout un versant  de la phénoménologie, lui aussi inspiré des  travaux de Husserl : il s’agit du versant  ontologique de la phénoménologie, qui prend sa naissance avec Heidegger et se poursuit jusqu’à aujourd’hui avec Renaud Barbaras ou Claude Romano. Cette acception de la phénoménologie se place en-deçà ou au-delà de la question de notre accession à la réalité, car cette question de théorie de la connaissance suppose quelque chose que cette tradition ontologique remet en question, à savoir qu’il y ait une distance originelle entre un sujet isolé et un monde existant sans lui, distance qu’il reviendrait à la connaissance objective de combler, moyennant une procédure définie et consistante. Cette ontologie phénoménologique ne vise donc pas à analyser les apparences pour savoir si elles peuvent prétendre au statut de connaissance, puisqu’elle refuse la différence entre l’apparaître et l’être, elle ne se donne pour objectif, au contraire, que d’explorer les différents modes d’être par lesquels les choses se donnent à nous, travail initié par la distinction husserlienne du mode  de donation de la région monde et de la région conscience. On donnera  pour preuve que la définition de la phénoménologie en termes d’analyse des apparences ne fait pas encore consensus, cette citation de Michel Henry : « La phénoménologie n’est pas une théorie des apparences, théorie qui laisserait derrière elle l’être réel des choses »[xxiv]. C’est là  la preuve que la phénoménologie n’a pas encore résorbé son éclatement[xxv] constitutif, éclatement qui est à la fois le garant insigne de son éclat et la ressource de sa vie même.

Bibliographie

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Brentano, Franz, Psychologie du point de vue empirique, Paris, Vrin, 2008.

Frege, Gottlob, Ecrits logiques et philosophiques, Paris, Seuil, 1970.

Heidegger, Martin, Les problèmes fondamentaux de la phénoménologie, Paris, Gallimard, 2007.

Henry, Michel, Philosophie et phénoménologie du corps, Vendôme, PUF, 1965.

Husserl, Edmund, Recherches logiques,II, Paris, PUF.

Janicaud, Dominique, La phénoménologie éclatée, Paris, éditions de l’éclat, 1998.

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Travis, Charles, Le silence des sens, Paris, Les éditions du Cerf, 2014.

Wagner, Pierre, Logique et philosophie, Paris, Ellipses, 2014.


[i]   Nous reprenons l’exemple donné par Pierre Wagner dans son excellent ouvrage introductif : Wagner, Pierre, Logique et philosophie, Paris, Ellipses, 2014

[ii]      Voir à ce sujet Russell, Bertrand, The principles of mathematics, Cambridge, At the university press, 1903, § 47 et Frege, Gottlob, Ecrits logiques et philosophiques, Paris, Seuil, 1970.

[iii]  Husserl, Edmund, Recherches logique II, Paris, PUF, p. 218-219.

[iv]  Seron, Denis, Apparaître. Essai de philosophie phénoménologique, Leiden, Boston, Brill, 2017, p. 19.

[v]     Voir Panaccio, Claude, Qu’est-ce qu’un concept ?, Paris, Vrin, 2011.

[vi]    Brentano, Franz, Psychologie du point de vue empirique, Paris, Vrin, 2008.

[vii]   Cité par Denis Seron, Op. Cit. p. 140.

[viii]  Ibid. p. 31.

[ix]    Seron fait la distinction, Ibid. p. 33.

[x]   Heidegger, Martin, Les problèmes fondamentaux de la phénoménologie, Paris, Gallimard, 2007.

[xi]    Sartre, Jean-Paul, L’Être et le néant, Paris, Gallimard, 1943.

[xii]   Husserl propose pour sa part de distinguer « le contenu intentionnel » qui est ce que vise la représentation, et le « contenu réel » de la représentation, qui est le vécu lui-même de cette visée. Recherches logiques, II, Op. Cit. §16. Comme le disait Scheler à propos du mouvement, il faut distinguer « la conscience qui tend » et « la conscience de tendre ». Scheler, Max, Le formalisme en éthique et l’éthique matériale des valeurs, Paris, Gallimard, 1955.

[xiii]  Seron, Denis, Op. Cit. p. 108.

[xiv]  Sellars, Willfrid, « Empiricism and the philosophy of mind » in Science, Perception and Reality, Routledge & Kegan, 1963.

[xv]   Brentano, Franz, Op. Cit.

[xvi]  Seron, Denis, Op. Cit. p. 95.

[xvii] Seron, Denis, Op. Cit. p. 129.

[xviii] Travis, Charles, Le silence des sens, Paris, Les éditions du Cerf, 2014.

[xix]  Benoist, Jocelyn, Éléments de philosophie réaliste, Paris, Vrin, 2011.

[xx]   Seron, Denis, Op. Cit, chapitre III.

[xxi]  Le terme « critique » doit être compris ici au sens kantien, c’est-à-dire au sens d’un questionnement en retour sur la légitimité des prétentions que peut envelopper une faculté déterminée ou un usage donné de cette faculté. La critique n’a donc pas pour thème le monde en dehors de nous, mais les théories qui s’y rapportent, théories dont on évalue la capacité à s’élever à la dignité de connaissance.

[xxii]   Comme Denis Seron le dit lui-même : « le monde phénoménal est vaste et l’on doit voyager léger », p. 18.

[xxiii]   Seron, Denis, Op. Cit.

[xxiv]   Henry, Michel, Philosophie et phénoménologie du corps, Vendôme, PUF, 1965, p. 164.

[xxv]    Janicaud, Dominique, La phénoménologie éclatée, Paris, éditions de l’éclat, 1998.

Sebastian Luft, Maren Wehrle (Hrsg.): Husserl-Handbuch: Leben – Werk – Wirkung

Husserl-Handbuch: Leben – Werk – Wirkung Book Cover Husserl-Handbuch: Leben – Werk – Wirkung
Sebastian Luft, Maren Wehrle (Hrsg.)
J.B. Metzler
2017
Hardcover 89,95 €
VI, 374

Reviewed by: Corinna Lagemann (Freie Universität Berlin)

Das vorliegende Werk Husserl-Handbuch. Leben – Werk – Wirkung (Metzler Verlag, Stuttgart 2017), herausgegeben von Sebastian Luft und Maren Wehrle, stellt einen vielseitigen, umfassenden Überblick über das Leben und Wirken Edmund Husserls dar. Sein besonderes Verdienst liegt darin, dass er deutlich über einen bloßen Überblick hinausgeht und inhaltlich auch in der Tiefe zu überzeugen vermag. Der Band versammelt eine Vielzahl von Aufsätzen, nicht nur zu Husserls Schaffen als publizierender und lehrender Philosoph – die Sektion „Werk“ umfasst immerhin 24 Beiträge und untergliedert sich in Veröffentlichte Texte und Nachlass – auch seinem Leben, seiner Biographie und den historischen Gegebenheiten seiner Zeit wird, immer in Hinblick auf sein philosophisches Projekt, Beachtung geschenkt. Abschließend widmet sich der Band dem Einfluss, den Husserl ausübte, sowohl auf Personen, deren Denken und Wirken er maßgeblich geprägt hat als auch Strömungen und Denkrichtungen innerhalb und außerhalb der Philosophie. So sind hier neben philosophischen Schulen auch Soziologie, Psychologie und interdisziplinäre Diskurse genannt.

Als „besonderes Anliegen“ und gleichzeitig als Neuartigkeit des Bandes bezeichnen die HerausgeberInnen dem Nachlass: „den in ihm behandelten Themen, seiner Entstehung und der sich durch diesen ausdrückenden Arbeitsweise Husserls, gebührend Raum zu geben. Die Betonung des Nachlasses in der Auswahl der in diesem Handbuch behandelten Themen ist in der Forschung ein Novum“ (S.3).

Die AutorInnen sind der internationalen Husserl-Forschung zuzuordnen; neben Beiträgen aus dem deutschsprachigen Raum von einschlägigen Husserl-Experten wie Sonja Rinofner-Kreidl, Christian Bermes und Thomas Bedorf, ist z.B. Nicolas de Warren zu nennen, der insbesondere den ersten Teil des Buches mit luziden Betrachtungen zentraler Werke Husserls bereichert.

Der biographische Abschnitt „Leben und Kontext“ bündelt familiäre Situation, zentrale Personen, psycho-soziale Umstände (Husserl spricht in den 1930er Jahren über seine Depression) und bettet sein Schaffen und Lehren sowie die Ausführungen zu seinem wissenschaftlichen Projekt gut ein. Teilweise sehr sachlich, teilweise anekdotisch, greifen die Beiträge von unterschiedlichen Autoren sinnvoll ineinander und schaffen so einen roten Faden, der plausibel zur Werk-Sektion überleitet und die Auseinandersetzung motiviert. So werden bereits hier zentrale Interessen und Begriffe in Husserls Phänomenologie angerissen, die im Lauf des Buches erörtert werden. Als Beispiel wird Husserls Analyse von Twardowski genannt, die gewissermaßen der Ausgangspunkt für Husserls Weiterentwicklung des Intentionalitätsbegriffs sei und damit eine bedeutende Rolle spiele: „Die Frage nach der Rolle der Intentionalität in der Relation zwischen Akt und Gegenstand, und allgemeiner zwischen Ich und Welt, wird dann zum Fundamentalproblem der Phänomenologie“ (S.30).

Im Abschnitt III A, in welchem die veröffentlichten Texte verhandelt werden, folgen die Beiträge chronologisch nach Erscheinungsjahr des behandelten und publizierten Werks. So macht denn auch die Philosophie der Arithmetik als erstes Buch, das auch den Weg in den Buchhandel fand, den Auftakt. Bereits in diesem frühen Text, so arbeitet Mirja Hartimo heraus, werden Konzepte angelegt und entwickelt, die Husserls gesamte Philosophie prägen werden. So wird die Methode der kollektiven Verbindung genannt, und zwar „als psychischer Akt, der mehrere Objekte als ein Ganzes begreift, ohne dass diese ihre Individualität verlieren“ (S.49). Hier zeichnet sich Husserls Herangehensweise ab, Logik und Erfahrungswissen zu verknüpfen, die Gesamtheit eines Phänomenbereichs im Blick zu haben, ohne dabei die Individualität und die logischen Gesetzmäßigkeiten zu verlieren. Originellerweise wendet er diese Methode auch auf die Arithmetik an, wenn er seinen Zahlbegriff aus der natürlichen Anschauung entwickelt: „Husserls Argument ist, dass man ohne die Idee einer kollektiven Verbindung nicht erklären könne, warum bestimmte Inhalte verbunden sein sollen, während andere von einer solchen Kollektion ausgeschlossen sind“ (S.52). Die Anschauung dient Husserl immer als Ausgangspunkt für seine Analysen, und in der Anschauung ist nunmal die Mannigfaltigkeit gegeben. Ein Problem sieht Husserl darin, „die Welt der reinen Logik und die Welt des Bewusstseins zu vereinen“ (ebd.), und hierin liegt, das legt Hartimos differenzierte Analyse nahe, der Ausgangspunkt für Husserls phänomenologisches Projekt, die formale Logik mit der Psychologie zu vereinen, um – im Sinne eines Arguments gegen den Psychologismus – „die Korrelation der objektiven Logik mit dem subjektiven Bewusstsein verständlich zu machen“ (S.55).

An dieser Stelle können nicht alle Beiträge im Band in der Tiefe betrachtet werden. Allen gemeinsam ist, dass sie Bezug aufeinander nehmen, zentrale Begriffe hervorheben und deren Weiterentwicklung skizzieren, was dieser Sektion eine große Stringenz verleiht. So wird das Projekt der Philosophie als strenger Wissenschaft thematisiert (Vgl. Nicolas de Warren, „Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologischen Philosophie“), außerdem wird der Begriff der Epoché eingeführt, jene Methode, die durch Abschälung der Sinneseindrücke und die Ausschaltung der naiven Annahme der Gegebenheit der Welt definiert ist und die phänomenologische Untersuchung damit auf die reine immanente Bewusstseinsleistung beschränkt. Diese Methode wird v.a. in den Cartesianischen Meditationen erneut zentral.

Besondere Beachtung verdienen indes Nicolas de Warrens Text zur Phänomenologie des inneren Zeitbewusstseins sowie Dermot Morans Beitrag zu den Cartesianischen Meditationen. Beide Texte überzeugen durch ihre knappe und dennoch sehr lesbare Entfaltung hoch komplexer Thematiken. De Warren unterfüttert seine Betrachtungen durch kurze Exkurse zu Kant und Hegel, die als wichtige Einflüsse genannt werden und arbeitet Husserls eigenes Projekt in Abgrenzung zu Kants Zeitbegriff heraus; Zeit wird bei Husserl nicht als Abfolge von Jetzt-Punkten im Sinne eines naturwissenschaftlichen Zeitbegriffs verstanden, sondern vielmehr, im Rahmen seines Begriffs der Intentionalität, als Dauer, als Ineinandergreifen von Protention, Retention und Urimpression, was der Dimension des Zeiterlebens viel eher Rechnung trägt. Husserl gelingt hier, das verdeutlicht de Warren, eine Konzeption der Zeit als Struktur des Bewusstseins, welche für nachfolgende Autoren und auch für die heutige Forschung in anderen Disziplinen maßgeblich ist.

Die Cartesianischen Meditationen werden als Husserls „Haupt- und Lebenswerk“ (S.90) gewürdigt, in dem viele Hauptbegriffe der anderen Werke zusammengeführt und weiterentwickelt werden, auch werden wichtige Einflussgrößen diskutiert. Bei aller Komplexität und Detailfülle bleibt Morans Text kurz, präzise und dicht, ohne dabei einen übermäßigen Lesewiderstand aufzubauen.

Wie bereits in der Einleitung angekündigt, erfährt im Folgenden der Nachlass Husserls eine besondere Würdigung in Form einer recht umfassenden eigenen Sektion. Diese ist sehr plausibel und systematisch nach Themen gegliedert; auf besondere Schwierigkeiten bei der Sichtung des Materials gehen die HerausgeberInnen ein. Die Schwierigkeiten ergeben sich aus Husserls durchaus origineller Arbeitsweise, täglich Denktagebuch zu führen, dabei immer neue Ideen anzureißen, auszuprobieren, zu verwerfen oder weiterzuentwickeln, was zwar produktiv ist, aber auch ganz eigene Herausforderungen bei der Aufbereitung birgt. Umso mehr sei die sorgfältige Zusammenstellung der Beiträge entlang der wichtigsten Themen und Begriffe in Husserls Werk gewürdigt, die sowohl das gesamte Projekt der Phänomenologie unter verschiedenen Gesichtspunkten (als Erste Philosophie, Im Grenzbereich zur Psychologie, Intersubjektivität u.a.) beleuchtet, als auch große Themenbereiche wie Erkenntnisphilosophie und Logik und zu guter Letzt auch auf Kernthemen aus Husserls Schaffen eingeht, wie Lebenswelt und Räumlichkeit.

Im Anschluss benennt der Band Personen, die durch Husserl maßgeblich beeinflusst wurden, darunter natürlich Martin Heidegger – der wohl prominenteste Zeitgenosse Husserls, wobei wohl das gleichzeitig äußerst inspirierende und problematische Verhältnis der beiden maßgeblich für diese Prominenz war und ist. Dies stellt Thomas Nenon in seinem Beitrag sehr gut dar. Außerdem sind z.B. Sartre, Scheler, Merleau-Ponty, Ricoeur, Derrida und Foucault genannt, aber auch Husserls Einfluss in Japan wird erwähnt, in Form eines Beitrag zu Kitaro Nishida. Kritisch bemerken lässt sich, dass Edith Stein keinerlei Erwähnung findet, die als Husserls Assistentin durchaus großen Anteil an manchen Werkphasen hatte – wie immerhin in der Einleitung erwähnt wird – und eine Theorie der Einfühlung entwickelte, die durch Husserl ebenfalls inspiriert war.

Die letzte Sektion setzt sich mit dem Einfluss Husserls auf verschiedene Denkrichtungen und Disziplinen auseinander. Hier wird einmal mehr deutlich, welch große Rolle seine Theorien für die – nicht nur philosophische – Wissenschaft seit dem letzten Jahrhundert spielen.

Alles in allem liegt mit diesem Handbuch ein äußerst bereicherndes Werk für die Auseinandersetzung mit Husserls Philosophie vor. Durch seinen hohen Detailreichtum, seine enorme Dichte und Tiefe bei gleichzeitig überzeugender Struktur, hoher Lesbarkeit und seiner sehr gelungenen Auswahl an Autoren bietet es Kennern eine gute Handreichung und ein solides Nachschlagewerk, aber auch Einsteigern und an Husserls Philosophie Interessierten, die sich einen Überblick verschaffen mögen, ist es eine wertvolle Quelle. Es eignet sich sowohl zum Nachschlagen einzelner Themen und Begriffe, als auch zur Lektüre insgesamt, was dem klugen Aufbau und dem sinnvollen Ineinander der einzelnen Artikel zu verdanken ist.

Hans Burkhardt † (Founding Editor), Johanna Seibt, Guido Imaguire, Stamatios Gerogiorgakis ( Eds.): Handbook of Mereology, Philosophia Verlag GmbH, 2017

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Analytica
Hans Burkhardt †( Founding Editor), Johanna Seibt, Guido Imaguire, Stamatios Gerogiorgakis ( Eds.)
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