Gioia Laura Iannilli: L’estetico e il quotidiano

L’estetico e il quotidiano: Design, Everyday Aesthetics, Esperienza Book Cover L’estetico e il quotidiano: Design, Everyday Aesthetics, Esperienza
Esperienze dell’estetico
Gioia Laura Iannilli
Mimesis
2019
Paperback 22,80 €
300

Reviewed by: Asia Brunetti (University of Bologna)

Questa è la storia di un tentativo di emancipazione: quello del concetto dell’”estetico”, o meglio, della cosiddetta dimensione estetica. Si tratta di un concetto che per lungo tempo ha rischiato di fossilizzarsi irrimediabilmente sullo scoglio della propria dimensione istituzionale e istituzionalizzata, e al quale oggi, invece, è finalmente concesso prendere aria. La concezione tradizionale dell’estetico, infatti, che lo voleva come membro dell’equazione quasi monolitica “estetico = artistico” – la quale ha segnato la storia dell’estetica filosofica per diversi secoli -, è stata fatta scendere finalmente dal piedistallo che l’aveva ospitata fin quasi alla metà del XX secolo. Oggi, fortunatamente, possiamo revocare in dubbio questa idea (pur ancora fortemente consolidata nell’opinione pubblica, oltre che in quella di alcuni esperti in materia); ci è concesso di guardare al di là dei rigidi bordi del concetto dell’estetico, di avvicinarci sempre di più a questi confini – un tempo concepiti come rigidi e netti – per scoprire, man mano che ci avviciniamo, che sono in realtà ampiamente sfumati e tutt’altro che ben definiti.

È bene ricordare inoltre come questa stessa sorte toccata all’estetico sia efficacemente rimbalzata anche sul secondo termine della nostra monumentale equazione: l’artistico. Anche il concetto di arte nell’ultimo secolo ha subito un affascinante ridimensionamento, volgendo la propria natura ad una nuova capacità inclusiva e di “apertura”, talmente evidente da garantire un’accoglienza entro il novero degli oggetti d’arte persino a quei prodotti di consumo costruiti in serie come risultato di un’opera di progettazione, ossia gli oggetti di design. Sarà allora possibile, in maniera quasi paradossale, elaborare persino un’estetica del design; oppure, rendendo all’estetico ciò che da sempre gli appartiene  ma che ha portato a lungo con sé solo nel nome come radice etimologica, – ossia il suo riferimento alla sensibilità, all’esperienza sensibile – pensare ad un’estetica che non comprenda più al suo interno solo il campo semantico dell’artistico, ma, letteralmente qualsiasi cosa, fino a ciò che più si discosta dalla straordinarietà delle opere artistiche, persino le cose ordinarie, quotidiane, la nostra everydayness.

Proprio di questi temi tratta ampiamente l’opera di Gioia Laura Iannilli, L’estetico e il quotidiano, che fa di “Design, Everyday Aesthetics ed Esperienza” i tre cardini o pilastri sui quali installare la riflessione, come recita appunto il sottotitolo del testo. Sono proprio queste tre grandi tematiche, appunto, a scandire il flusso delle considerazioni dell’autrice, nonché a dividere il testo in altrettante sezioni volte al loro approfondimento. Ciò che si vuole sostenere con fermezza è la preziosità che contraddistingue elementi di per sé difficilmente accostabili all’ambito dell’estetico – poiché esso è stato a lungo marcato dal profondo pregiudizio arte o natura-centrico – come l’ambito quotidiano, le pratiche ordinarie e la progettazione di oggetti quotidiani (il design), per una riflessione sull’esperienza estetica che voglia aspirare ad una certa completezza.

Per quanto riguarda il primo elemento di questa triade, il design, esso viene messo in rilievo nel testo per la sua potenzialità nel far emergere la dimensione pratica dell’estetico, una sfaccettatura di quest’ultimo raramente presa in considerazione negli studi dell’estetica filosofica. L’autrice, nel delineare le categorie concettuali – principalmente coppie di concetti, dicotomie – e tutto l’apparato interpretativo attraverso il quale è stato studiato il design a livello istituzionale (utile/bello; funzione/forma; consumo/immagine), rivendica una modalità nuova di avere a che fare con questo tema: «È necessaria un’analisi estetologica sul design che si concentri sulla categoria dell’esperienzialità (o della relazionalità) che trova riscontro nelle pratiche quotidiane». Il migliore amico del design, d’altra parte, è proprio il quotidiano, la dimensione della “everydayness”, dalla quale esso appunto risulta estremamente inscindibile. In secondo luogo l’autrice rivolge la trattazione verso l’analisi della genesi e degli sviluppi di un ambito di studi relativamente recente, sorto in seno all’indagine estetica; una linea di ricerca che si potrebbe quasi definire “oscura”, incerta, sulla quale l’autrice, perciò, vuole tentare di gettare un po’ di luce e di chiarezza: si tratta della cosiddetta “Everyday Aesthetics”, sub-disciplina dell’estetica sviluppatasi pressappoco negli ultimi tre decenni.

La valutazione dell’autrice in merito a questo nuovo ambito di studio risulta chiaro fin dalle prime pagine del testo: si tratta di un vero e proprio congedo. Infatti, pur mettendo in campo elementi essenziali nel gioco della riflessione estetica – in primo luogo proprio i fenomeni quotidiani – tuttavia essa tende a ricadere troppo spesso nella trappola dei pregiudizi e delle impostazioni tradizionali degli studi estetici; una grande “pecca” dell’Everyday Aesthetics sarebbe ad esempio, quella di conferire troppa poca importanza all’ambito del design. Tuttavia, l’analisi dell’Everyday Aesthetics compiuta dall’autrice in questa sede risulta molto accurata e particolareggiata; il suo intento principale è quello di sistematizzare quelli che sono i più importanti contributi sorti in grembo alla disciplina, scandendoli in base al criterio della loro vicinanza e adesione oppure rifiuto e lontananza rispetto alla tradizione estetica consolidata. Vengono a delinearsi in tal modo da un lato degli approcci “deboli, continuisti o straordinaristi”, cioè fedeli alla tradizione, e dall’altro degli approcci “forti, discontinuisti o familiaristi”, che appunto se ne distanziano in maniera evidente. Tra i grandi autori dei quali l’autrice esamina i contributi, cioè i maggiori esponenti dell’Everyday Aesthetics, si può rintracciare nel primo gruppo Thomas Leddy con la sua Aesthetics of Aura Experience e Ossi Naukkarinen con la sua Aesthetics of Everydayness, nel secondo Yuriko Saito, fautrice di una Aesthetics of Care, Arto Haapala, di una Aesthetics of Lacking e Kevin Melchionne, propugnatore di una Aesthetics of Well-Being.

Dopo aver trattato approfonditamente le posizioni di questi teorici, da considerarsi i veri e propri “pilastri” dell’Everyday Aesthetics, l’autrice passa in rassegna quelli che denomina i suoi “meta-teorici”. Questi ultimi, i quali si sarebbero spesi in una revisione critica degli approcci teorici dell’Everyday Aesthetics, sarebbero a suo avviso i responsabili della svolta normativa della disciplina in una direzione intersoggettivo-continuista. Tutto ciò vuol significare il rientro in campo con piena dignità di una colonna portante del discorso estetico tradizionale, specialmente di matrice kantiana: la dimensione della condivisione dei giudizi di gusto, dell’intersoggettività, appunto. Ma ciò non significa affatto che i “meta-teorici” dell’Everyday Aesthetics convergano tutti verso una medesima prospettiva: tutt’altro; anche per quanto riguarda i più recenti approcci “critici” ciò che emerge è un’aria di disaccordo ed un certo attrito. L’autrice prende in considerazione in particolare i contributi di Cristopher Dowling, Dan Eugen Ratiu, Jane Forsey e la prospettiva dell’Egalitarian Aesthetics avanzata nel 2016 da Giovanni Matteucci, i quali concordano appunto nel riconoscere la necessità di rintracciare un aspetto normativo entro la cornice della nuova sub-disciplina dell’estetica; inoltre essi tendono a condividere, non a caso, una linea di pensiero di carattere continuista.

Il binomio intersoggettività-continuità, che dunque qualifica in maniera determinante la linea teorica dei cosiddetti approcci “meta-teorici”, è evidentemente sotteso ad una fondamentale dimensione dell’estetico, ossia al suo carattere di relazionalità. Scrive infatti l’autrice: «La relazionalità […] è indubbiamente cifra specifica dell’estetico in quanto è proprio in un contesto fondamentalmente intersoggettivo, ossia espressivo (sia esplicito sia implicito, sia proposizionale sia gestuale), che l’esperienza estetica ha luogo». Ma, come ribadisce l’autrice in un altro punto, questa relazione che connota l’estetico in quanto tale in ogni suo dispiegarsi, è sempre “da qualche parte”, cioè è sempre situata, e quindi «specificata e vincolata topograficamente». Quest’ultimo aspetto ci spinge ad aprire un ulteriore contesto di riflessione: quello che riguarda gli “spazi estetici”, e in particolare gli spazi estetici quotidiani. Essi vengono ripartiti dall’autrice nelle seguenti categorie: gli spazi estetici privati, pubblici, istituzionalizzati, virtuali-globali e commerciali. Si vuol far emergere in tal modo una caratteristica di fondo dello spazio estetico quotidiano, ovvero la dimensione di benessere che esso tende a produrre: «Gli spazi estetici quotidiani sono spazi in cui “si sta bene”», che garantiscono una qualche gratificazione, e far risaltare inoltre l’intreccio che attraverso questi spazi viene a configurarsi tra l’estetico e l’economico.

L’autrice sofferma infine la propria attenzione su una configurazione del design di origine molto recente: il cosiddetto Experience Design – risultato del recentissimo processo (cominciato all’incirca negli anni ’80 ma sempre più diffuso) di «smaterializzazione, diffusione e integrazione del design nelle pratiche quotidiane» -, facendone un caso esemplare per dispiegare ulteriori concetti sottesi alle dinamiche estetiche quotidiane. Esso consiste generalmente nella produzione di esperienze nelle quali la componente materiale decresce progressivamente d’importanza a favore di una dimensione interattiva sempre più rilevante. Tale ambito viene introdotto dall’autrice soprattutto al fine di rimarcare e giustificare la caduta e risoluzione delle dicotomie e delle storiche antinomie tra “soggetto” e “oggetto” e tra “natura” e “tecnica” o “artificio”. I due settori ai quali l’autrice fa riferimento nell’esame di questo recente sviluppo del design sono quelli della moda e dell’interazione con le interfacce.

L’Experience Design viene analizzato alla luce di una contrapposizione di fondo tra due concetti: quello di Lebenswelt e quello di Everydayness, proprio per sottolineare l’impatto che esso produce su tali dimensioni. L’intento dell’autrice è mostrare l’inadeguatezza ai nostri scopi di questi termini e proporre dunque una sostituzione di questi ultimi con le nozioni di “habitus” da un lato e di “campo” dall’altro, dove la prima dev’essere intesa sulla scorta di Bourdieu come «strutture strutturate predisposte a funzionare come strutture strutturanti, cioè in quanto principi generatori e organizzatori» e la seconda come «contesto dinamico in cui interagiscono energie significative», o meglio, bisognerebbe parlare di: «Mondo della vita, dinamicizzato in habitus, e quotidianità restituita alla sua funzione di campo di gioco». L’autrice ritrae tale nuovo settore come una vera e propria radicalizzazione odierna del design, la quale porta con sé l’«intreccio tra esteticità e quotidianità in una prospettiva centrata sulla intersoggettività e sulla continuità tra i vari livelli dell’estetico». Scrive inoltre che: «L’Experience Design […] plasma in modo sempre più significativo la nostra realtà proponendo un tipo di esperienzialità basata sulla “immediatezza”, sulla “superficialità”, sulla disponibilità, e sul piacere che deriva proprio dalla facilità con cui è possibile realizzare le esperienze che esso progetta, propone o innesta nella vita quotidiana».

Alla luce di quanto emerso è facile notare come il problema fondamentale per noi sia quello di cercare una risposta ad un tale interrogativo: se, dato che la progettazione (il design) sembra orientare sempre di più e in modo maggiormente pervasivo le nostre esperienze estetiche, tale circostanza conduca ad una alienazione oppure consenta, al contrario, dei margini di spontaneità e libertà. L’estetico può essere inteso come un mezzo di emancipazione dell’individuo contemporaneo oppure no? Per usare le parole dell’autrice: «Non potrebbe forse l’estetico rivelarsi un fattore di disincantamento dalla metafisica dualistica, piuttosto che propriamente di alienazione, e dunque essere un mezzo di emancipazione per l’individuo contemporaneo?».

Oggi le dinamiche esperienziali quotidiane sono modellate con un’incidenza sempre maggiore dal design, dalla progettazione, spesso attaccato come se fosse causa dell’estinzione della spontaneità. È innegabile quanto l’esperienza sia «oggi sempre più evidentemente in oscillazione tra spontaneità e natura progettata»; ma questa dinamica, risultata dallo sviluppo sempre più incredibilmente rapido e inarrestabile delle pratiche umane, ed in questo caso specialmente delle arti, ci accompagna davvero necessariamente di fronte ad un baratro oltre il quale non c’è più umanità (intesa qui come spontaneità naturale dell’uomo)? Per quanto possa sembrare difficile rispondere a questi interrogativi, ciò che è evidente – e questa è l’opinione portante del testo – è il bisogno di elaborare ai nostri fini «un’estetica generale che si occupi anche di quotidianità avendone acquisito i motivi al proprio interno senza farli diventare caratteri essenziali, ma relazionalmente e dinamicamente strutturali dell’estetico»; infatti «è proprio su queste basi, ovvero su basi relazionali, o intersoggettivo-continuiste, che andrebbe elaborata una teoria generale dell’estetica (del quotidiano), di fatto non ancora disponibile». Solo in tali condizioni, infatti, potremmo essere in grado di riflettere ampiamente ed apertamente sulle recenti acquisizioni dell’ambito estetico e sulle sue nuove promesse, liberati finalmente dal giogo del pensiero più tradizionalista e diretti verso un nuovo mondo, il mondo ordinario, quello che da sempre tutti abbiamo ed abbiamo avuto sotto gli occhi, ancora tutto da scoprire.

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