Stefano Micali: Tra l’altro e se stessi

Tra l’altro e se stessi: Studi sull’identità Book Cover Tra l’altro e se stessi: Studi sull’identità
L'occhio e lo spirito
Stefano Micali
Mimésis
2020
Paperback 29,00 €
194

Reviewed by: Francesca Righetti (Ruhr-University of Bochum)

Tra l’altro e se stessi di Stefano Micali si propone di indagare il rapporto tra l’identità singolare e l’alterità attraverso temi e prospettive eterogenee incorniciati all’interno degli studi fenomenologici. L’indagine riguarda non solo il rapporto dialettico tra il proprio e l’estraneo, ma anche l’alterità che appartiene alla nostra stessa soggettività, e che può presentarsi nei termini della sorpresa dell’incontro con l’altro.

Probabilmente chi compra un libro che promette un’analisi fenomenologica sull’intersoggettività, non si aspetta di trovarsi a leggere un elaborato che inizia presentando un lavoro comparativo tra Kant e Ginzburg; che passa poi allo studio della soggettività attraverso la stupidità e il senso comune; e infine si conclude con un’indagine sulla preghiera rivolta a Dio. L’autore, tuttavia, riesce a mettere insieme argomenti e metodi eterogenei dentro la stessa cornice dell’indagine sull’io e sull’altro.

Va subito precisato che Tra l’altro e se stessi è una raccolta di articoli precedentemente pubblicati, i quali sono stati rielaborati  per questa pubblicazione, approfondendo la complessità della soggettività e dell’alterità attraverso prospettive e ambiti diversi. Per questa ragione, l’opera presenta una ricchezza argomentativa che non sarà possibile riportare nella sua completezza e complessità in questa recensione. Il mio scopo, piuttosto, sarà quello di evidenziare il filo rosso che lega i capitoli e presentare trasversalmente l’argomentazione di Micali.

Il libro si divide in tre parti. La prima, composta da due capitoli, approfondisce alcune questioni metodologiche della fenomenologia, come intitola Micali, “dall’esterno” o “dal di fuori”, volendo leggere La Critica del Giudizio di Immanuel Kant e le opere di Carlo Ginzburg attraverso le lenti del metodo fenomenologico. Questa prima parte si rivela interessante perché pone l’accento sulle domande riguardo cosa sia la fenomenologia e come identificarla: indagini metodologiche condotte, per l’appunto, da una prospettiva  esterna e  utili per riflettere criticamente sulle pratiche fenomenologiche stesse. La seconda parte è composta da tre capitoli ed è intitolata “aspetti della soggettivazione”, il cuore stesso del libro. Attraversando tre argomenti differenti (la stupidità, il riconoscimento del bisogno e il ruolo del terzo mediante nell’etica), Micali mette a fuoco la genesi della soggettivazione e il rapporto del soggetto con l’alterità. Infine la terza parte, che comprende gli ultimi due capitoli, risponde a due criticità identificate nella seconda sezione e presenta alcuni casi estremamente particolari del rapporto tra il soggetto e l’altro: il fenomeno della depressione e della preghiera a Dio, al fine di studiare tale rapporto ex negativo.

Parte I – La fenomenologia dal di fuori

Il filo rosso che lega i primi due capitoli del libro riguarda il concetto di straniamento, presentato utilizzando i metodi filosofici di Kant e Ginzburg come oggetto di studio. Nello specifico, per quanto riguarda il primo capitolo sul carattere del giudizio di gusto in Kant (1997), cercherò di far emergere il carattere tautegorico e l’attenzione verso la singolarità, che mi permetteranno di identificare il rapporto tra il bello e lo straniamento.

Nel primo capitolo, Micali propone una rilettura della Critica del Giudizio in cui gli elementi dell’opera possano essere utili in ambito fenomenologico e nella filosofia contemporanea. Per farlo, suggerisce di affrontare la questione seguendo quattro diversi momenti di analisi: 1) introdurre il concetto di giudizio riflettente estetico; 2) analizzare il carattere di finalità e la pretesa di universalità; 3) discutere l’articolazione tra sentire e pensare; e infine 4)  riflettere sul carattere disinteressato del giudizio di gusto comparato all’attitudine fenomenologica.

Il carattere tautegorico si riferisce al terzo momento dell’analisi, ovvero all’articolazione tra sentire e pensare. Per chiarire questo concetto, dobbiamo prima concentrarci brevemente sulla definizione del giudizio di gusto. Esso è 1) sintetico, “poiché il piacere oltrepassa tanto il concetto quanto l’intuizione dell’oggetto” (p. 15); e 2) a priori, perché intende essere condiviso da ognuno universalmente: “Chi afferma che qualcosa è bello intende definire una qualità dell’oggetto come se si trattasse di un giudizio logico” (p. 19).

Tuttavia, il problema dell’universalità del piacere è uno scomodo dilemma con cui Kant ha dovuto confrontarsi, poiché parte dal presupposto che l’universalità non appartiene al piacere – che invece è sempre particolare e particolarizzante – ma esclusivamente alle facoltà conoscitive, all’uso della logica e dell’intelletto. Come è possibile allora motivare che il giudizio sul bello abbia una vocazione all’universalità?

Per rispondere a questa domanda, l’autore propone l’interpretazione di Lyotard (1991), il quale afferma che l’analisi kantiana del giudizio di gusto, nei termini di qualità, quantità, relazione e modalità, tradisce un presupposto di fondo: ovvero che “i giudizi estetici possono essere analizzati soltanto attraverso un riferimento alle categorie dell’intelletto” (p. 23). Ed è qui che interviene il carattere tautegorico. Lyotard chiarisce che il piacere è un effetto del nostro essere riflettenti: del nostro sentirci pensanti o pensiero senziente nel momento in cui il bello si manifesta. Tale sensazione ci segnala il nostro proprio modo d’essere: di conseguenza, il piacere è una risonanza dell’atto del piacere. Il carattere tautegorico si collega al concetto di straniamento presentato nel capitolo successivo, in quanto  durante la percezione dell’arte o del bello si riconosce un’alterità in se stessi: in altre parole, si assume una prospettiva esterna, in cui il soggetto si compiace e stupisce di essere in grado di percepire e di riconoscere il bello.

Micali conclude che “questa risonanza […] non deve essere interpretata in relazione all’auto-rapportarsi del sé con se stesso” (p. 24), bensì come un sentire incompatibile con l’io trascendentale, che invece ospita il sé. Micali non approfondisce l’analisi su questo sé “ospitato”, ma invita le future ricerche a indagare i rapporti affettivi che modellano il sé, in analogia alla sensazione descritta nel giudizio riflettente estetico.

Un’osservazione rilevante dal punto di vista metodologico dell’analisi di Micali riguarda il giudizio estetico riflettente. L’attenzione si rivolge alla “fenomenalità precipua della singola apparizione nella sua fatticità, ovvero rispetto a quanto nella sua unicità e contingenza appare improvvisamente come bello” (p. 25). Questo interesse per l’emergenza del fenomeno nella sua singolarità, insieme al carattere disinteressato del giudizio riflettente del gusto, richiamano due fondamentali principi della pratica dell’analisi fenomenologica: lo studio del fenomeno nelle sua modalità di apparizione originaria e singolare, e il metodo dell’epochè, volta a sospendere l’attitudine naturale verso il mondo. L’incontro con il fenomeno nella sua singolarità porta allo stupore e allo straniamento, che a sua volta ci conduce alla sospensione del giudizio. Il concetto di straniamento viene poi approfondito nel capitolo successivo.

Chi come me è affascinato dalla microstoria e dalla scrittura di Ginzburg, sarà meravigliato dal capitolo a lui dedicato. Il capitolo è diviso in due parti: nella prima viene analizzato lo stile di ricerca di Ginzburg, nella seconda si considera il modello epistemologico dello straniamento.

Micali sostiene che lo stile di Ginzburg della polifonia e del mantenimento di tutte le voci dei protagonisti delle sue storie, senza un appiattimento sotto un’unica coscienza narrativa, è lo strumento stilistico che permette di comprendere l’alterità. In altre parole, Ginzburg sorprende il lettore, attraverso uno stile conduttore di contenuti che permettono di atterrire e di provocare un disorientamento di fronte all’alterità (sociale, culturale e identitaria). Tutti i presupposti di senso comune vengono sovvertiti attraverso l’incontro di microcosmi, di vite e di epoche molto lontane,socialmente e culturalmente, da noi.

Secondo la ricostruzione di Micali, l’interesse di Ginzburg per lo straniamento nasce dallo studio di Sklovskij (1976) sulla questione della natura dell’arte nel contesto del formalismo russo. Secondo Sklovskij, „l’arte è in grado di sospendere gli automatismi che caratterizzano il nostro rapporto con il mondo circostante“ (p. 52). In questo modo, il problema dell’attitudine naturale verso il mondo si definisce più chiaramente: il nostro rapporto con il mondo cade sotto l’influenza dell’abitudine e lo straniamento diventa uno strumento a favore della sospensione di questo rapporto. Il momento sovversivo e fanciullesco di incontrare la realtà come fosse la prima volta: è una prospettiva che ci permette di dubitare del senso comune che noi stessi abitiamo.

Secondo Micali, attraverso il suo stile e particolare approccio alla ricerca, Ginzburg compie lo stesso lavoro di straniamento, che ci permette di assumere prospettive nuove per guadagnare „una distanza critica da quanto è immediatamente vissuto in modo così ovvio da rimanere invisibile“ (p. 38). Da una parte, lo stile polifonico conduce al lavoro etico di dare voce a ogni personaggio, soprattutto quando marginalizzato. La motivazione che muove il lavoro di Ginzburg infatti è stata probabilmente determinata dall’idea di Benjamin di riscattare il passato degli oppressi: „riscattare la voce sofferente (e molto reale) dell’altro, dello sconfitto, del perseguitato“ (p. 39). Curiosa è d’altronde la nota tra parentesi, „molto reale“, sottolineando un altro aspetto filosofico del lavoro di Ginzburg: ovvero l’obiettivo di contrastare le derive post-moderne e decostruttiviste che conducono alla confusione tra realtà e finzione, tra testo ed evento. „Se il confine tra realtà e finzione diventa completamente fluido, si perde la possibilità di rendere giustizia alle flebili voci degli sconfitti“ (p. 40).

Dall’altra, si rileva un inaspettato ponte tra Ginzburg e Merleau-Ponty: entrambi mirano a indagare l’essere umano all’interno della “intersezione tra attività simboliche e la nostra costituzione corporea” (p. 72). Contrapposto all’universale verticale, approccio antropologico che ha la pretesa di cogliere tutte le culture attraverso categorie universali, l’approccio di ricerca filosofica che accomuna Ginzburg e Merleau-Ponty è l’universale laterale, che accetta le differenze incompatibili di tipo simbolico e culturale, ma mira „alle identificazioni universali ancorate alla nostra costituzione corporea” (Ivi).

Per concludere, l’analisi attraverso le opere di Ginzburg e la microstoria risulta essere rilevante in due direzioni: metodologica ed etica. A livello metodologico, il percorso che procede dall’identità storica a quella personale, da Ginzburg a Levinas, sembra calcare la tradizione ermeneutica di Ricœur (2004), considerando l’epistemologia della storia e la fenomenologia come “due facce della stessa medaglia” (Dessingué 2019). A livello etico, la microstoria ci dà la possibilità di guardare con occhi diversi la nostra identità e la cultura entro la quale l’abbiamo costruita. All’interno dell’etica e della filosofia (vengono in mente autori come Marcuse 1999, Simmel 1976, Rorty 2008), lo straniero è considerato un potente medium per guardare alla propria identità culturale da un nuovo punto di vista.

Parte II – Aspetti della soggettivazione

La seconda parte del testo è dedicata ad alcuni modi fondamentali della soggettivazione, ovvero della formazione dell’identità attraverso dinamiche esistenziali di individuazione. Il terzo capitolo è uno studio sulla stupidità che ha l’obiettivo di avere uno sguardo privilegiato sul senso comune e sul nostro rapporto con esso, facendo così da ponte fra la prima e la seconda parte del libro. Con il quarto e il quinto capitolo Micali presenta il cuore del tema indagato e che motiva il titolo stesso del libro, “tra l’altro e se stessi”: lo studio dell’identità attraverso l’interlocuzione, il rapporto tra l’infante e l’adulto, il ruolo del terzo mediante, l’aspetto della giustizia etica attraverso lo sguardo del terzo. Prendiamo ora in esame i singoli capitoli.

Secondo Micali, l’indagine sulla stupidità deve partire dalle seguenti considerazioni. 1. Bisogna rimanere fedeli al principio fenomenologico di ritenere la stupidità un fenomeno specifico che non va ridotto al suo opposto, l’intelligenza. 2. Non si deve, tuttavia, ignorare la sua relazione con l’intelligenza, in quanto influenzerà il nostro modo di considerare la ragione. Per questi motivi, l’autore suggerisce di adottare un approccio olistico (Goldstein 1939, Canguilhem 1991), nonché di affrontare i fenomeni della mente da un punto di vista ecologico: fenomeni come la stupidità non hanno un valore assoluto in termini negativi, ma risultano funzionali o disfunzionali esclusivamente in rapporto all’ambiente circostante.

Innanzitutto, come evidenzia Micali, ogni tentativo di definire la stupidità sembra essere riduttivo: l’essere umano si trova ad affrontare infinite situazioni e, di conseguenza, infinite dovranno essere le forme di stupidità generate. Il suo obiettivo è quello di concentrarsi esclusivamente sulla forma di stupidità che riguarda e influenza la dimensione dell’identità e della soggettività.

Per questo, Micali presenta il contributo di Alain Roger (2008) sulla stupidità. Nonostante le criticità del suo lavoro, particolarmente interessanti sono i suoi meriti secondo Micali, in particolare l’aver evidenziato il ruolo della tautologia all’interno del paradigma del senso comune e della stupidità. Sia a livello sintattico sia a livello contenutistico, la tautologia è un potente strumento di violenza identitaria: si prenda come esempio il caso di alcune minoranze che sono costrette a sentirsi definite da membri esterni, con l’utilizzo di tautologie  che veicolano stereotipi e pregiudizi.

In seguito, Micali esplora l’idea che la stupidità possa appartenere a due estremi dell’identità soggettiva: alla coscienza assoluta anarchica che fa e dice tutto ciò che pensa senza freni oppure al polo opposto dello spirito di serietà, che si sovra-identifica con un ruolo sociale. Secondo Roland Breeur (2015), tale sovra-identificazione tradisce una segreta angoscia e paura nell’assenza di volto della coscienza assoluta. Contrariamente a questa linea di pensiero, adottando la metafora del fondo di Deleuze (2011), Micali vuole esplorare l’idea opposta, ovvero che chi dice o si comporta in modo stupido si possa compiacere di se stesso. Nonostante originariamente complesso, il fondo deleuziano va compreso nei termini del senso comune, nonché “inteso come insieme infinitamente complesso di eterogenei dispositivi sociali e di paradigmi epistemici che ci prendono e da cui proveniamo“ (p. 99). Attraverso il linguaggio, assorbiamo dall’altro il senso comune in cui siamo immersi sin dalla nascita. Partendo da questa nozione, l’autocompiacimento dello stupido consisterebbe quindi nello sguazzare nei comportamenti trasmessi dalla società al fine dell’appiattimento alla norma: „Questa risalita del fondo può manifestarsi come auto-compiacimento del (e nel) triviale, triviale intersoggettivamente condiviso“ (Ivi).

In conclusione, l’analisi di Micali mira ad argomentare che il fastidio provato di fronte all’incontro con la stupidità consisterebbe nel ricordare „l’indifferenziato punto di partenza“ o il fondo a cui tutti apparteniamo. L’incontro con la stupidità sembra riportarci a quel senso comune da cui ci eravamo allontanati con la soggettivazione e la formazione identitaria. In questo modo Micali è in grado di concludere che:

Nella stupidità dell’altro vediamo riemergere quel fondo di luoghi comuni, di atteggiamenti affettati, di valori che sono stati da noi incorporati prima ancora di poter porre in essere una qualunque distanza critica verso di essi (p. 100).

In continuità con la costruzione dell’identità individuale dal fondo sociale a cui tutti siamo appartenuti (o continuiamo ad appartenere per certi aspetti), i due capitoli successivi mirano a indagare il concetto della terza persona in rapporto all’ordine di giustizia. Inizialmente, nel quarto capitolo, si approfondisce il rapporto tra la prima e la seconda persona, presentando il problema dell’appropriazione dell’essere da parte dell’altro. Questa appropriazione avviene attraverso il logos, o detto altrimenti attraverso la semiotica del bisogno. Usando l’accurata descrizione di Olivetti (1992), Micali presenta quattro stadi della dinamica dialettica del riconoscimento del bisogno nel rapporto infante-adulto, che conduce alla genesi della soggettività e in cui l’ultimo stadio coincide con la nascita dell’autocoscienza. Egli sostiene che l’interlocuzione permette di esplorare la nascita del soggetto, senza la necessità di dare valore fondativo all’autocoscienza. All’interno di questa relazione dialettica “si manifesta la traccia della terza persona” (p. 110): sia in rapporto al dire, sia in rapporto al rispondere. Nel dire, la società (la terza persona) si impone attraverso il linguaggio, ereditando significati, storie e memorie della comunità (un noi a cui si comincia ad appartenere). Nel rispondere, il soggetto misura la sua responsabilità nei confronti della società. Quest’ultima viene affrontata nei termini di giustizia etica nel capitolo successivo.

Nel quinto capitolo, infatti, questa distinzione del ruolo del linguaggio tra dire e rispondere viene presentata di nuovo nei termini di “donazione di senso” e “senso etico” facendo riferimento al lavoro di Levinas (1998). L’incontro con l’alterità si presenta attraverso il linguaggio e le espressioni linguistiche che dichiarano le manifestazioni infinite dell’altro. Queste ultime mettono in dubbio “il proprio mondo e se stessi:  tramite l’incontro con l’Altro affiora un senso di ordine differente […] che mi chiama e mi ordina di sacrificare la mia felicità” (p. 117). Infatti, in Totalità e Infinito (1998) Levinas introduce una dualità e un’ambiguità sul ruolo della terza persona: esso non è solo il sofferente che ci appella per il riconoscimento della sua fragilità, ma è anche lo sguardo sociale che ci chiama alla responsabilità verso l’alterità.

Da una parte, nell’incontro, la fragilità dell’altro nella sua esistenza mortale (“l’Altro nella sua nudità” p. 119) mi fa vergognare delle possibilità e potenzialità che ho di ferirlo in quanto essere umano. Secondo Levinas, da un lato, questo senso di fragilità permette all’io di trovare il suo senso ultimo: la sua propria umanità. Dall’altro, lo sguardo (giudicante) dell’Altro deforma le mie responsabilità nei confronti del mio interlocutore. In altre parole, l’Altro “mi fa dono di ciò che non era in me” (Ivi), ovvero mi introduce a una nuova dimensione di senso e attua l’etica della responsabilità che possiedo nei confronti del terzo: in questo dono o in questa anteriorità del terzo che mi precede nell’introduzione di senso, si può rintracciare l’analogia tra l’Altro e Dio.

Dall’altra, lo sguardo della società è costantemente assente e presente nel verbo e nel linguaggio: “esso non si esaurisce nel mettere in discussione il mio essere, ma include il momento della predica, dell’esortazione, della parola profetica” (p. 123). Al doppio ruolo del terzo, corrispondono due diverse forme di responsabilità. Al terzo come “umanità che ci guarda” (cfr, p. 124), bisognerà presentarsi nella forma della parola profetica; diversamente, verso il terzo nei termini del sofferente, il rapporto di responsabilità dovrà attuarsi nell’ eccomi.

In Altrimenti che essere (1983), Levinas abbandona uno dei due ruoli della “terza persona”, ovvero quello dello “sguardo”, e conseguentemente modifica il rapporto tra la prima e la seconda persona che precedentemente aveva bisogno del terzo perché il soggetto venisse a conoscenza del suo proprio senso. Tuttavia, in quest’opera, Levinas rileva e presenta un secondo conflitto, determinato da due ruoli della terza persona: l’appello del Volto e l’appello del terzo. Conflitto che, come sottolinea Micali, non è risolvibile pacificamente. A differenza che in Totalità ed infinito, dove il soggetto è sin da subito “votato per l’altro”, arrivando al punto dell’annichilimento della persona e della sostituzione all’altro; qui sembra presentarsi un annichilimento della volontà, per “rimettersi alla volontà del Padre” (cfr. p. 123) o del Padrone che mi comanda. L’altro in questo caso è rappresentato dal Volto, che nei termini di Levinas significa obbedienza a un ordine di giustizia e di volontà. Va ricordato che in Levinas tale obbedienza è una costrizione alla bontà “per servire Altri e per sostituirmi a loro” (p. 125). In questo contesto, però, il soggetto diventa ostaggio del Volto, ossia è costretto a essere votato all’altro ancora prima di cominciare a esistere in quanto soggetto.

A questo punto si inserisce l’altro ruolo della terza persona: quello di “limitare la mia soggezione” nei confronti dell’altro. “Il terzo introduce l’ordine di giustizia: io non sono solo responsabile nei confronti del mio prossimo, ma di chi è assente, del prossimo del mio prossimo” (p. 126). Moderando questa sostituzione introduce un ordine di giustizia diverso da quello del Volto.

Nell’architettura di Levinas, Micali tuttavia rileva due criticità, ben condivisibili. La prima criticità riguarda il ruolo del terzo e il suo rapporto con il soggetto. Per quanto Levinas sia interessato esclusivamente all’attuazione dell’etica e a quello che è stato definito “costrizione di bontà”, rimane il temibile problema del male. In un’intervista del 1982, intitolata Filosofia, giustizia e amore, viene posta la seguente domanda, che riassume paradigmaticamente il problema dell’architettura di Levinas: ha il carnefice un Volto? La risposta di Levinas esclude l’io dall’ordine di giustizia tramite la resistenza al male. Il rischio della sostituzione e del sacrificio – osserva Micali – è quello però di una “scrupolosità esacerbata, pericolosamente prossima a disturbi di tipo psicopatologico” (p. 130). In contrasto con la posizione di Levinas, Micali suggerisce di includere il soggetto nell’ordine di giustizia, e cioè dare la possibilità al soggetto di rispettarsi come terzo del proprio terzo, e di preservare se stesso dall’arbitrio dell’altro.

Come diretta conseguenza dell’analisi presentata, ritengo, tuttavia, che Micali avrebbe potuto proseguire rilevando un altro aspetto problematico della costruzione dell’identità individuale. Riepilogando, abbiamo detto che il Volto rappresenta un ordine di giustizia e si declina nei termini dell’annichilimento della volontà personale a favore di quella del Padre. Questa retorica dell’annichilimento diventa rischiosa durante il processo di costruzione identitaria: ovvero quello della pressione ad aderire a modelli determinati esclusivamente dal Volto, nonché dall’ordine sociale prestabilito. Potrebbe qui essere utile fare riferimento al concetto di “bisogno di riconoscimento” utilizzato da Micali nel capitolo precedente. Anche al giungere dell’autocoscienza e della soggettivazione, questo bisogno potrebbe non esaurirsi nell’identità riconosciuta per se stessi, ma potrebbe estendersi e approfondirsi: in larghezza e in profondità, il riconoscimento del bisogno diventa bisogno di essere riconosciuti nei propri modi di soggettivazione dalla società. Quando questo riconoscimento viene negato, quello sguardo a cui si riferisce Micali potrebbe non declinarsi nella spinta etica al rispetto della vita dell’altro, ma potenzialmente nella marginalizzazione.

La seconda criticità rilevata dall’autore, infine, è quella della riduzione della manifestazione di Dio esclusivamente ai termini della mia responsabilità dell’Altro. Come Micali osserva, ci sono altri modi di manifestazioni di Dio, per esempio l’atto della preghiera.

Parte III – Affezione e intersoggettività

L’ultima parte di questo libro si muove a partire proprio da queste due criticità: da una parte, la necessità di definire il rapporto tra se stessi e l’altro ex negativo, ovvero attraverso il caso disfunzionale della depressione; dall’altra, la manifestazione di Dio attraverso la preghiera.

Il settimo capitolo è tra i più interessanti e meglio argomentati. Micali riprende il problema posto nei capitoli precedenti e lo rilegge all’interno della dinamica fra il soggetto depresso e gli altri. Come nelle altre sezioni, l’autore parte dal presupposto che il rapporto tra due soggetti si basi su un’asimmetria originaria che tradisce una priorità dell’altro rispetto al sé. Lo aveva mostrato esplicitamente nel capitolo quinto quando aveva evidenziato che l’infante dà significato al proprio bisogno partendo dalle risposte dell’adulto. Lo aveva espresso poi eticamente attraverso l’incontro con l’altro che dà il senso ultimo alla propria umanità. Adesso, nel rapporto con il depresso, l’asimmetria diventa particolarmente chiara in rapporto a determinate condizioni affettive, come la vergogna.

Nel caso della vergogna, il processo di identificazione inizia dagli occhi di colui che mi osserva: “nella vergogna si acuisce il senso di ritrovarsi a essere quanto è riconosciuto dall’altro” (p. 138). Tuttavia, come ben riporta Micali attraverso Kierkegaard (1993), è necessario considerare che il sé è un rapporto: ciò significa che non vi è una lettura unidirezionale dell’altro sul sé. Di fronte alla lettura dell’altro sul mio comportamento e la mia identità, io ho la possibilità di rispondere e di modificare questo sguardo. Inoltre, non bisogna dimenticare che le considerazioni dell’altro sul mio comportamento nascono certamente dal mio comportamento stesso. Per concludere: questa asimmetria relazionale ha un fondamento comunque bidirezionale, in cui il soggetto ha la possibilità di modificare lo sguardo degli altri e di presentarsi agli altri nella sua esclusiva volontà di identificazione.

Partendo da queste premesse, Micali si pone l’obiettivo di fornire un’analisi fenomenologica della depressione, indagando il fenomeno attraverso le categorie husserliane di Innenleiblichkeit e Aussenleinblichkeit (Husserl 1973). Successivamente procede con l’analisi della mancanza di senso, tipica della depressione, e della mancanza di affettività, che si riassume con la sensazione di vuoto. Infine mette in relazione queste due caratteristiche della condizione depressiva con il rapporto con l’altro.

In un articolo del 2013 (Micali 2013), aveva già analizzato questo rapporto chiasmatico nei termini delle menzionate nozioni husserliane. Il termine Innenleiblichkeit è una categoria che accompagna il sentire delle funzioni propriocettive e affettive. Invece, Aussenleinblichkeit riguarda l’espressività del proprio corpo. Naturalmente, “il proprio sentire interno si manifesta in espressioni visibili all’altro ma non coincide mai con esse” (p. 140). Nel rapporto non patologico, i soggetti di un’interazione sono consapevoli dello scarto tra ciò che si vive e ciò che si manifesta. Per esempio, non si è mai assolutamente certi se e in che misura il disagio provato in una situazione sia visibile. Nel rapporto chiasmatico con un soggetto depresso, Micali sostiene che questa comprensione tra Innenleiblichkeit e Aussenleinblichkeit viene meno o “produce un corto-circuito” (p. 141). In altri termini, il depresso crede che la sua condizione interna disperata sia visibile a tutti. Tra i pazienti intervistati da Micali, c’è una certa persistenza nel dichiarare che non riescono a sostenere l’incontro con altre persone, perché queste ultime possono vedere chiaramente la loro condizione disperata. Micali suggerisce che l’indagine deve procedere mettendo in relazione il senso di vergogna con il rapporto chiasmatico tra Innenleiblichkeit e Aussenleinblichkeit.

Infine, è molto interessante l’ultimo argomento del capitolo, dove l’autore presenta il rapporto affettivo che il soggetto depresso ha con gli altri, declinato nella sensazione di vuoto e di aggressività. La relazione con l’altro è caratterizzata per lo più dalla sensazione di vuoto affettivo, paradigmaticamente raccontato da una delle pazienti di Micali come un reale vuoto spaziale che non permette al soggetto di raggiungere gli altri. Così come il soggetto si sente visto e caratterizzato esclusivamente per la sua condizione disperata, e quindi in un certo senso stereotipato per un unico aspetto (ovvero quello dell’inabilità a partecipare al farsi del senso presso gli altri e presso il mondo), allo stesso modo vede gli altri come altamente stereotipati (cfr. p. 153), ovvero come persone che si sentono bene nella propria pelle e sono ancorate al farsi del senso degli altri. Questo scatena la percezione di ingiustizia, di invidia e quindi di aggressività. Tuttavia, il depresso non può fare a meno di paragonarsi alle azioni degli altri, nel tentativo di confermare le attese sociali. Come riassume Micali, queste considerazioni diventano fondamentali in riferimento a quanto presentato nei capitoli precedenti: il soggetto depresso tende a stereotipare l’altro, che perde la sua identità e diventa un altro indifferenziato, che lo guarda e lo giudica. Al contempo, cerca salvezza nella gratificazione altrui, nella possibilità di legarsi alla vita altrui. Come conclude Micali, questo tentativo di legarsi è un modo di compensare il vuoto e nello stesso tempo è “espressione di una fuga dal proprio sé” (p. 155).

Infine, l’ultimo capitolo riguarda l’interlocuzione con Dio tramite la preghiera. L’obiettivo di Micali è quello di evidenziare il modo in cui il credente si rivolge a Dio attraverso alcuni passi dei Vangeli sinottici. Se la preghiera è un particolare tipo di interlocuzione, allora l’autore ha anche la possibilità di ripensare gli studi precedenti attraverso questo straordinario tipo di interlocuzione. Egli infatti si pone la seguente domanda: come si differenzia l’incontro del volto dell’altro dall’incontro di Dio nella preghiera?

L’incontro con Dio, in questo caso, avviene nella presenza dell’assenza: a differenza dell’incontro con l’altro, che invece si qualifica nello spazio dell’ intercorporeità. Nella presenza dell’altro, quest’ultimo inevitabilmente mi sorprende nella differenza tra le mie aspettative su di lui e la manifestazione di se stesso attraverso le sue espressioni linguistiche e gestuali. Rispetto alle altre forme di interlocuzione, completamente diverso è il sentirsi al cospetto di Dio, seppur nella sua assenza. Secondo l’autore, si entra in uno stato febbrile, di trepidazione, in cui i sensi si affinano nella consapevolezza del contatto con Dio tramite la preghiera.

In questo rapporto di trepidazione, si presenta un’intima connessione tra preghiera e fede. Nella preghiera esiste infatti una contraddizione tra la propria volontà e la volontà di Dio: da una parte, la richiesta di salvezza dai problemi mondani o del miracolo e, dall’altra parte l’accettazione dei piani di Dio per ognuno di noi. In questo spiraglio, si manifesta la fede: quest’ultima risulta essere il presuppposto ultimo per ottenere quanto richiesto. Attraverso la fede nell’essere ascoltati e nell’affidarsi alla volontà di Dio, Micali è in grado di enfatizzare la complessa relazione tra il credente e Dio.

Considerazioni finali

L’opera di Micali presenta un originale punto di vista sulla relazione della soggettività con l’alterità. Intrecciando fenomeni e argomenti diversi, questo libro permette al lettore di farsi strada nella complessità dei temi dell’identità individuale e dell’intersoggettività, potendo nondimeno ricavare gli elementi essenziali del soggettivo ed individuale rapporto con l’alterità. Nella ricerca fenomenologica, c’è attualmente un crescente interesse verso la genesi della soggettivazione, il rapporto con l’alterità, l’intersoggettività e l’identità collettiva: un interesse che si risolve spesso con l’indagine sul primato dell’alterità sulla soggettivazione. Per questa ragione, nei capitoli centrali del libro, sarebbe stato utile avere una panoramica comparativa tra il lavoro di Levinas e quello di altri autori su questi temi rilevanti. Ciononostante, il percorso investigativo, presentato da Micali attraverso punti di vista eterogenei, ha permesso di approfondire alcuni aspetti che altrimenti non avrebbero avuto spazio di analisi.

Se l’eterogeneità e la complessità elaborata dall’analisi sono il punto di forza di questo libro, la sua debolezza consiste nell’assenza di una più lunga e dettagliata prefazione che avrebbe aiutato il lettore a destreggiarsi nei cambi di argomento, di prospettiva e metodo. Nonostante questo limite, ritengo che il libro esponga un interessante e originale intervento per le attuali ricerche sulla genesi della soggettivazione e del rapporto con l’alterità.

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Jean-Luc Nancy: The Fragile Skin of the World

The Fragile Skin of the World Book Cover The Fragile Skin of the World
Jean-Luc Nancy, Cory Stockwell (Translated by)
Polity
2021
Paperback $19.95
140

Reviewed by: Jonathan Wren (UCD School of Philosophy)

Aged 81, Jean-Luc Nancy passed away last year on 23rd of August 2021. As he remained prolific until his final months, he leaves behind a huge body of work that forms a significant contribution to philosophical, political, cultural, aesthetic and religious discourses. The Fragile Skin of the World[1], translated by Corey Stockwell, is a collection of essays, many of which were wrote in Nancy’s final years, that each embody the beauty of his writing, his poetic register and his philosophical flair. The essays contained centre around many of the most prominent and re-occurring themes throughout his works: finitude and finite thinking, politics, technology, the proliferation of globalized late-capitalism, the creation of the world and the exchange of sense. Additionally, the collection also includes interventions from Juan Manuel Garrido and Jean-Christophe Bailly, which provide both a counterpoint to and an extension of Nancy’s thinking on these topics.

Over the last two years, Nancy continued to provide an insightful commentary of the Covid-19 pandemic, including An All Too Human Virus (which Stockwell also contributed to the translation of) and his Libération article titled “Communovirus”. In this latter text, he considers the forms of collective effort and solidarity displayed in the early period of the pandemic in Europe as a possible juncture to a thinking of the question of the community, capable of disrupting the hyper-atomized mindset of late-capitalism. However, as Nancy warns that the omission of such a reckoning may mean that “we’ll end up at the same point”[2] it seems interesting, now, to read the essays that make up Fragile Skin and to reflect upon the fact that the concerns that haunt and provoke their writing are those that have pre-dated and persisted through the pandemic. Though not exclusively, these seem to be the looming climate emergency, the enmeshment of technology with domination, imperialism and colonialism and the relentless exercise of forms of power, sovereignty and parochialism that perpetuate the mentalities policing our external national borders and geopolitical thinking. Under his diagnosis, these familiar concerns exemplify the forms of levelling inequalities to be overcome when Nancy, in his earlier text, calls for a “creation of the world”, entailing heterogeneous processes of struggle “for a world” which “must form the contrary of global injustice against the background of general equivalence.”[3] Reverberating against this earlier call, Fragile Skin adds to this the suggestion that what also may be required is a temporality and a thinking of the “here and now” that enables such a creation.

As Nancy explains in the opening acknowledgements,

This book is born out of the desire to join to our worries for tomorrow a welcome for the present, by way of which we move towards tomorrow. Without this welcome, anxiety, and frenzy devastate us. [FSW: vi]

Fragile Skin is concerned precisely with this question of a finite interpretation of the “here and now”, which runs against those interpretations of the term which understand the present moment, as the dialectic exclusion of other possible “here and nows.”[4] Rather, Nancy suggests a temporality of the “here and now” as the site of passage,[5] a relation to the present which attests to our experience,  that “time will come because time comes […] even if it all comes to nothing.” [FSW: x] The stakes of this re-evaluation are high, as he argues it is our very orientation to time which characterizes the nature of our contemporary anxieties. Pressed up against the seemingly insurmountable issues that define the unease of our present setting, Nancy suggests that it is the ghosts of our attempts to master time, which haunt us today, as he writes,

If we’re worried, disorientated, and troubled today, as indeed we are, it’s because we’ve become accustomed to the here and now perpetuating itself by excluding every possible elsewhere. Our future was right there, ready-made: a future of mastery and prosperity. And now everything is falling apart: climate, species, finance, energy, confidence, and ever the ability to calculate of which we felt so assured, and which seems doomed to exceed itself of its own accord. [FSW: x]

Pre-empting an argument that he will reiterate over the course of the essays¸ Nancy suggests that our attempts to master time, (as succession or as progress) are today disrupted by the fact that we are heading towards the point of catastrophe; and that the supposed promises which accompanied these transformations of temporality (perpetuated economic development, growth and rising living standards) are losing their ability to provide us clear view of the future. As though we are in the second act of a play, climbing towards the climactic point, it is difficult to see exactly how the form of life that we attribute to the success of this progress (the development of carbon based globalized late-capitalism) will survive beyond this horizon. Even though we already know many of the particular injustices that have been enacted in building to this point (centuries of colonial and imperial exploitation) and that the consequences of reaching certain irreversible limits will be felt (and are already been felt) in disparate and uneven ways, we seem unable to change the trajectory course of this arc. In order to address the peculiar tension and anxiety that we experience in this position, Nancy suggests that what may be required is a thinking of time, and in particular of the present, that embraces the contingency of the “here and now” as the site of the singular-plural unfolding of existence.

Of course, when Nancy reminds us “we ourselves are the time that comes” [FSW: x] such a description will recall the language deployed by Heidegger in his magnus opus. However it is important to note how the former’s descriptions also set out several key differences between his pre-occupation with “presence”. While both seek to pick apart the linear thinking of temporality that emerges from Aristotle, the key difference is that Heidegger seeks to replace our conception of “the now” with an account of time as an essential unity (housing the ecstasies of past, present an future), whereas Nancy sees these ecstasies as the singular-plural dissemination of experience. This means that the linear understanding of time is transposed through the concept of différance; each now is the singular moment that contains the plural explosion of possibilities that may come to be as time passes. On this basis, Nancy reminds us that “the time will come and without question it will be unforeseen: without the unforeseeable, nothing would come.” [FSW: x] One may even venture further with this comparison and propose that the figure of authentic temporality as discussed by Heidegger, is the one who realises that their experience is always subjected to this temporal unity. The heroine wins themselves back against their history and through reflecting upon their death as their ownmost possibility, comes to welcome their destiny [Schicksal] as their freedom.[6] In contrast the silhouette traced by Nancy, is of the one (amongst the many) who sees the plural structure of this unity within the singularity of the present. Who recognises that their very participation (praxis) in this unity, is the condition that exposes them to the plural possibilities and contingency of the future. Nancy exceeds Heidegger, as the attempts to win one’s freedom through the reworking of time and denigration of plurality it entails, actually leaves Dasein prisoner, as authenticity is achieved through the enclosure of the future in one’s destiny. On the contrary, as will be set out further over the course of this review, Nancy’s diagnosis is that it is our efforts to master time which present a history of our attempts to close and control the passage of time. At stake in these two contrasting temporalities are two distinct attempts to give a finite interpretation of freedom.

The divergence between these two ontological undertakings is revealed further in ‘A Time to Come without Past or Future’, where Nancy weaves a narrative of how this sense of time grew with the West and how it has been exported around the globe. He suggests that our “sense of immobility or of hesitating suspension” is brought about by a focus on “’presentism’” which “has a theoretical meaning (the affirmation of the exclusive existence of the present) and a practical meaning”, exemplified in the call to “‘…focus on the present [as] the rest is out of our control’.” [FSW: 1] Referencing Aristotle, Nancy suggests that such an inheritance is symptomatic of a linear and teleological conception of history “linked to progress” concerned with “perfecting techniques with a view to a better life.” [FSW: 2] Against this, Nancy sets out his intentions to cultivate a sense of the present as the gift, as a site of withdrawal that constitutes of the passage of time. He explains this,

[I]s not a matter of installing oneself in the present. Its gift is not the gift of any kind of stance —of a stanza, of stability, of a stele. Perhaps it even steals away as it gives, and (like the present) essentially steals away in the coming of its own succession. In succeeding itself, it passes, and in passing it opens itself to succeed once more. It comes by losing itself; it receives itself as that which cannot be anticipated, like all coming. In a word, it is not a future. The future is a present represented as a certain or possible. [FSW: 2]

Following this passage, Nancy references Derrida for the first time in the book as he appeals to the descriptions of the “to-come” (as in democracy or justice “to-come”) to explain how the present is suspended between the interplay of presence and absence. Seeming to accord with Derrida,[7] the present is always pregnant, it is always “pre-senting.” The present “does not come out of the possible” or the “impossible either: it is not, and in not being it exposes us to an absence, which will only give us a fugitive present in its approach and its coming about.” [FSW: 3]

This point is explained further in ‘Accident and Season’ where Nancy, suggests that an overreliance on the form of time as “succession”, has come to drown out the different temporal experiences that are explored in psychology, art and literature whereby “succession has allowed itself to be composed with the present […] only with difficulty.” [FSW: 69] Rephrasing the ontological stakes of his meditation on the present he writes, “within this final horizon, the present could only exacerbate the character of non-being that it had always had.” [FSW: 69-70] In order to set up the playful distinction that this essay centres on, Nancy draws a parallel with Aristotle’s usage of the term “accident” to characterise the present that “does not belong to the essence of time” which “consists precisely in not having a present, in being nothing but the dissipation of being-present.” [FSW: 70] Against this Nancy invites a thinking of the “seasonality” of the present which amounts to re-evaluating the logic of presencing that makes each moment a “now”. He writes, “presence is always a coming into presence […] When we say that someone ‘has presence’, we’re not speaking of something static, but of a dynamics of approach of imminence, of the encounter.” [FSW: 75] He links this to both Heidegger’s Anwesen and Derrida’s differance, as a counterpoint to the “chronophagic time of a strict causality, of progression, of capitalization, and of calculation.” [FSW: 75] In contrast to the rigidity of the present as accident, Nancy muses the contingency of the season which “designates the time in which an event […] takes on its flavour […] Always already […] in the process of being transformed – in the process of coming to pass.” [FSW: 78] These ontological reflections have important political significance, as Nancy believes it is our inability to think this “coming to pass” of time that paralyses us today. Our pretensions to the mastery of time have brought us into an age in which our predictions spell out catastrophe; they “predict programmed futures” which as “predicted” are “thus present before being so.” [FSW: 3] These predictions do not so much as spell out the future to come, but by projecting a future “now”, actually rebound back on the present, afflicting our condition. For example, when we, “forecast the exhaustion of non-renewable energy” it “is no longer to come” as “[w]hat is foreshadowed has already happened, and encumbers what is to come instead of opening it.” [FSW: 79] In contrast a thinking of the seasonality of the present may help us to look to the future differently and to see the opportunity that contingency brings, “to see” and “not to discern contours and distances” but “experience the faint allure of approach that is not yet determined.” [FSW: 79]

Returning to the essay ‘A Time to Come”, it is here that Nancy presents the main body of his historical analysis concerning temporality. As he looks back to the early history of the West, ancient Greece and Rome, he asserts his entropic commitment that,

The world is an emergence: not only does it emerge from the non-world, but it ceaselessly emerges to itself, from energy to deflagration, from gatherings to explosions […] What precedes has never seen the coming of what follows. The space-time of the world – indeed, of plural worlds – is at bottom nothing but an emergence, one that is infinitely more ancient than antiquity. [FSW: 4]

The difference he states between western antiquity and the ancient cultures of Russia, China and the Islamic world, is that these “civilizations envelop time in a permeance” whereas western thought “sought to master succession.” [FSW: 7] In particular in Rome, Nancy suggests, this idea of succession is transformed into the idea of progression, through a sense of enterprise as the “edification and elaboration of the work.” [FSW: 7] His argument relies on an interpretation of the imperial ambitions of Rome, which relied upon an understanding of time that identified it with the progressive expansion of the empire; a work that consists in it’s own production, its successive annexation of local and regional cultures. Nancy further suggests that this thinking of expansion through time draws upon Greek concepts, such as autonomy, in such a way that it “entirely detaches it from the local and popular identity, and opens it to an enterprise that for the first time merits, on its own scale, the name ‘globalization’.” [FSW: 8] He continues, “Rome collapsed beneath its own weight: beneath the weight of its own incapacity to locate the sense of its enterprise.” [FSW: 8] As the empire expanded, and as increasing issues emerged around the centralization of Rome’s administration, the conceptual apparatus it relied upon in order to centre and evaluate the efforts of its own project became harder to determine.

In the final sections of the essay, Nancy expands these points to look at the legacy that Christianity and capitalism cast over the West. Firstly, “Christianity at once diverts and galvanizes the energetic, achievement-orientated drive that the Roman mutation bore.” [FSW: 9] During the 14th century turn toward Protestantism the conceptual foundations for the development of capitalism crystallize, “technique, domination, and wealth arise” culminating in “the systematic development of” the principle of “investment.” [FSW: 10] Nancy suggests that the notion of investment is the extreme radicalisation of the same impulse towards time, as its meaning “is to surround, to envelop (to ‘vest’) a specific object in order to appropriate it.” [FSW: 10] From here, Christianity spills into capitalism as, the dominance of investment, “transforms social relations, to the point of dragging the greatest number into misery, reserving for an ever small majority an ever more insolent and powerful opulence.” Additionally, “it transforms the relations of subsistence between man and the rest of the world into a paralysis of such a nature that subsistence exhausts itself within it.” [FSW: 10-11] Nancy concludes, “what exhausts itself is the West itself […] this might be what is happening to us right now.” [FSW: 11] He suggests that “the investment underpinning the entire ensemble has begun to collapse” [FSW: 12] arguing that the “horizon of an endless expansion of technique and domination […] ends up in a complete self-exhaustion.” [FSW: 12] As the West cultivates the principle of investment, through transforming time as succession into progress, to enterprise and finally into investment and wealth, then we reach the point at which the logic of this transformation of temporality undercuts itself, as the pursuit of these ends prevents the future that we seek and we find ourselves unable to break from the temporal chain that spells out the catastrophe looming.

Nancy closes this essay, quoting the passage referenced earlier from the Creation of the World, in this context adding his thesis concerning temporality: a finite rethinking of the present which is open to the singular-plural contingent partage of existence. He muses,

Here, now, I am employed, used, called upon, exploited, enjoyed by an infinite that is neither a subject nor a scheme – that thus has nothing in store for me and makes no profit from me – but that is my very existence, […] this body, these words, […] are here now exposed, dedicated, abandoned to the infinitely more than themselves. [FSW: 15]

Echoing the calls presented in his other works this thinking of the present implies a thinking of freedom as existence which is both “a praxis and an ethos, a lived and living disposition that in a sense we are already familiar without even knowing.” [FSW: 15] Nancy’s approach to a finite interpretation of the present attempts to walk a tricky tightrope between acknowledging our inability to master the passage of time but which yet also retains an important active element, in which our experience of the present actively participates in the coming of the future. In proposing this he rejects existentialist accounts that claim the subject constantly projects themselves into the future, instead suggesting that the for of exposure which constitutes the passage of time, infinitely surpasses the category of subjectivity as the I is opened to the singular plurality of existence; it is therefore fundamentally un-masterable.

There are links in Nancy’s vocabulary here of being “employed”, “exploited” and “enjoyed” which link the discussion of finite temporality to his work on the nature of technology, or what he elsewhere refers to as “eco-technology.” This is the subject of the second full essay in the collection, ‘From Ontology to Technology’, where the focus switches slightly as Nancy traces the concept of automation through antiquity, Plato and Aristotle in particular, seeking to tie the history of western philosophy to this term, writing that “philosophy after automation would be nothing more than the fulfilment of philosophy.” [FSW: 25] What began as the endeavour to locate and perfect human autonomy, ends where,

[P]olitics becomes the self-regulation of an assemblage that slowly begins to transcend people […] the supposed autonomy of the Western subject finds itself challenged and overtaken by the autonomy of the technical and economic complex born of the development of techno-scientific and techno-economic mastery. [FSW: 25]

Nancy’s observation here is that many western democracies, which claim the liberal and enlightenment ideals as their foundations, are locked into a technological-economic complex, which despite being faced with insurmountable challenges, are unable to imagine an alternative. He suggests, these political philosophies which were intended to champion the autonomy of the individual and rational thought, are now cemented into a system predicated on the freedom of the market, which promised to enhance individual liberty but now holds a pervasive form of control over their lives. Though undoubtably Nancy may here invoke Marx in his critique of technological capitalism, he also suggests that the critique of autonomy stretches beyond the specific shape of the economy. He writes “this programme sometimes takes on the tint of ‘communism’ and sometimes of ‘social democracy’; it can make itself ‘anarcho-libertarian or indeed ultra-neoliberal; it can just as easily become national-conservative.” Rather, “what is at stake in all these forms […] is the consummation of a reasonably calculated well-being. Blind confidence in a certain know-how, a knowing-how-to-bring-oneself-about – as a self.” [FSW:26] For Nancy it is philosophy’s insistence on the thinking of subjectivity, as an autonomously operating being, that leads to the present relationship with technology, where the tools that were meant to increase human freedom, now call freedom into question.

Therefore the culmination of the essay proposes a rethinking of the relationship between technology, seen as the instrumental use and application of human autonomy to a more passive and malleable nature. Nancy explains,

Man is therefore the animal to whom nature gives the possibility of knowledge with a view to bringing about works that are prescribed neither by nature itself, nor by a virtuous disposition. […] This possibility arises from nature – from phusis […] Phusis gives man the capacity to go beyond merely doing what falls within the purview of phusis. In other words, the nature of man carries within it something that exceeds nature. [FSW: 31-2]

The point here that Nancy draws out is a refinement of his notion of eco-technology, with the specific emphasis being that “technique cannot be opposed to nature — indeed, it can only manifest itself as distorting or destroying nature from the standpoint of its natural provenance.” [FSW: 32] This does not amount to the mere collapsing of the distinction between the human and the natural, but rather to the fact that nature, as eco-technological contains its own surpassing and it’s own limits to be exceeded. [8] Therefore, the attempt to oppose nature and technology as something so clear as a binary distinction is problematic from the get go, firstly because to a degree, indeed the former is the condition of the latter (the artificial cannot be extracted from the natural) but secondly, that the latter emerges out of the former in a disclosive manner; our technological capacities are a gift precisely because nature does not pre-determine these capacities – this is what we traditionally understand as human ingenuity. Nancy explains that this means “nature, as the accomplishment of self by and through itself, escapes itself (and does in and of itself), steps outside of its own image” imposing us with “an allonomy that turns out to be more originary than autonomy.” [FSW: 36] Our pretension to technological liberation, to the mastery of natural and biological limitations, and autonomy turn out to be undermined by a thinking of nature which is itself technological; the dialectic of the technical and the natural will not hold in Nancy’s thought, “the real is as technical as the technical is real.” [FSW: 40]

Towards the close of the essay, Nancy returns to the political and ethical implications of his inquiry, calling for a “thought […] capable of subtracting itself from this framework” which “entrusts itself to a sense delivered from reasons and ends, exiting from nihilism by” acknowledging “the fundamental incompleteness of sense, of the world, and of existence.” [FSW: 42-3] Although this links the conversation concerning technology with the concept of world, it is not until the final two essays that we are introduced to Nancy’s references to the title of this collection. His usage of the term the “fragile skin” is interesting, firstly because it marks a novel way for him to describe his concept of world, one which as metaphorical, helps us to understand the complex interplay of interiority and exteriority in which our experience of the world consists. Like the largest organ of the human body, in our experience of the world, “everything that encounters my skin encounters me […] without my skin I would not encounter anything.” [FSW: 89] Additionally, neither does it “assure a function inside of an autonomous system” but rather “exposes […] this autonomy to all possible outsides.” [FSW: 88] Secondly, his appeal to the “fragile skin” of the world also helps to relate the discussion to his project to develop a materialist ontology, as set out in his earlier work Corpus. The world is not here to be considered in terms of a phenomenological concept, which risks being abstracted from the material; but rather the very site of the “effraction”[9] of sense, of finite bodily experience which as Ian James describes, “discloses a world […] not in a return to itself, in a gathering of its own identity and self-identity, but in a movement of dispersal, of dissemination or passage.”[10]

Following this tendency, the titular essay Nancy presents the disruptive features of this thinking of the world for any traditional concept of autonomy. His proposal of the skin of the world, is an attempt to oppose any hard binary between freedom and necessity, between an independently acting sphere and a mechanically determined background. The point is that freedom is experienced as the freedom of the world, not as something which is a characteristic possessed by a certain being in the world but as “the world” as “everything that passes between us […] everything that happens to us, everything that becomes of our contacts, our gazes, our breaths, our movements.” [FSW: 91] Through a rethinking of freedom as the freedom of existence, Nancy wants to assert the practical significance of this understanding of freedom, as he writes,

As long as it is ours, it is the act of an infinite emergence that is to itself all of its sense and all the sense there is: a sense that incessantly goes from skin to skin, that is itself never enveloped by anything. [FSW: 91-2]

It is a reiteration of Nancy’s strong claim that freedom is always relational, not only in the sense that it is necessarily reciprocal or mutually granted but rather that freedom is always only experience as a gift of our existence and it’s singular plural givenness. Any attempt to consider it otherwise risks losing this understanding, as the intricate plurality of the world is contracted.

This metaphor of the fragile skin carries over into the final essay, ‘Taking on Board (Of the World and of Singularity)’ where Nancy writes metaphorically of the sea and of the coasts, in order to invite such a re-thinking of the singular plurality of worldly existence. Similar to the way in which he wants us to think of the passage of the present, he also invites us to ask a similar form of question against the thinking of our national boundaries. Nancy contrasts the language of borders, “where the edge hardens and the limit closes” [FSW: 108] against the idea of “the shore […] the place one leaves from, the place one reaches […] a place that is not exactly limit or edge […] but passage.” [FSW: 106] Although he also discusses the obvious geological reality that our shores are always changing, subject to the processes of erosion and sedimentation which carve our coastlines, neither does he want to imply that the shore is a pure indifference, which draws no boundary and which envelops both shore and sea within a more amorphous overarching concept without distinction. Instead the fact that the shore serves as both the place of departure and arrival, seeks to enthuse the kind of boundary that it presents with a sense of wonder at the difference between one’s homeland and the foreign lands beyond it. Undoubtably, the language Nancy employs here has significant political connotations bringing to mind the inherent complexity involved with the conception of national borders and boundaries. In one sense Nancy’s intervention seems to be critical of the “Fortress Europe” stance taken by many nations in response to the so called migrant crisis, invoking a more basic anthropological assumption that “we have always wanted to depart and to cross over.” [FSW: 108] However at the same time, it is also of crucial significance that we remember that difference and distinction is also vitally important. Russia’s ongoing horrific invasion of Ukraine also reminds us of the importance of national identity for democratic politics; and of the sheer disregard for the people shown by the imperialist political powers seeking to expand or consolidate their influence.

Overall Fragile Skin constitutes a significant collection of Nancy’s work because its assemblage exposes the inherent link between his well known work on the struggle for the creation of the world and his critique of temporality. The motif of “passage” remains a key cornerstone throughout, whether this is applied to the here and now, or the border of a nation state, the stress of the term is important for comprehending Nancy’s interplay of identity and difference, how the experience of the limit is also that which exposes us to one another and incessantly to the in-common. Furthermore, there is a unique temporality to this experience of “passage” which may be useful to recall today.  In the essay, ‘Right here in the Present’ Nancy positions his reflections philosophically in relation to other thinkers (perhaps amongst others Arendt, Foucault and Ranciere). He criticises how such accounts may, “so as to remain dynamic while mistrusting revolution” privilege “beginnings: the force and grace of the uprising, insurrection, the moment of indignation, the revolt that evaporates just as it risks being overturned.” [FSW: 64] His point here is that alongside the presentism that has arisen in philosophy, thinkers that criticise the present and the vulgar conception of time as a series of “nows” may still be trapped inside a form of thinking the present by projecting politics as a moment (which is notably not now) of sudden eruption or rupture. In contrast Nancy’s emphasis on the present, reflects the fact that the world and the stakes of this world, as Bailly has noted, have “little to do with the glimmering of a consumed past or with that of a dawn distended by an exuberant promise.” Rather, the strength and relevance of Nancy’s thought is that “what he continually sought to bring about […] was above all in the closest proximity to the present, in the low light of what the days delivered to him.” Of this, “he fully assumed his responsibility as a philosopher in the city.”[11]

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[1] Jean-Luc Nancy, The Fragile Skin of the World, trans. by Corey Stockwell (Cambridge: Polity, 2021). References to this text given in the main body in the following format [FSW: pg no].

[2] “…sinon nous nous retrouverons au même point ».  See Jean-Luc Nancy, ‘Communovirus’, Liberation, 24 March 2020 <https://www.liberation.fr/debats/2020/03/24/communovirus_1782922/> [accessed 5 February 2022].

[3] Jean-Luc Nancy, The Creation of the World or Globalization, trans. by Francois; Raffoul and David Pettigrew (New York: State University of New York Press, 2007). P. 54

[4] When in the Phenomenology of Spirit, Hegel describes the process of pointing to the “the now that is”, he explores how each time this pointing occurs, the now that is pointed to is no longer; it is a “now that has been.” It takes a double negation (Hegel claims, first from “the now that is” to the “now that has been” and secondly, from “the now that has been” to the “now that is”) which he claims highlights that the very act of gesturing to present is not “something immediate and simple, but a movement which contains various moments.” See G. W. F. Hegel, Phenomenology of Spirit (Indianapolis: Indiana University Press, 1988). P. 63. It is this staccato thinking of the present that Nancy is here picking apart, against a “now” which needs to receive its truth from the process of an exclusion, a play on the binary of being and non-being, he suggests a thinking of the here and now as the site of passage.

[5] Interestingly there may a double meaning of the term passage here which gets lost in the English translation of the term, something akin to Nancy’s usage of the word partage, to mean both a sharing and dividing of the sens of the world. The concerns of the book are the “passage” of time and this word can be utilized in two distinct senses which might be useful to think about here, firstly the notion that time passes or the “passage of time” (passage du temps) but secondly, also understanding time as the “passage”, as in the space through which one can move, (i.e. the corridor, the alleyway) or access a new location. Nancy’s appeal to the word “passage” to refer to the present moment, speaks to the temporal and spatial transformation that he wishes to pursue in this collection of essays. Against understanding the “here and now” as a isolated moment in a line of succession, Nancy wants to invite a thinking of the “here and now” as the opening , or site of passage between  what we designate as the past and the future.

[6] Nancy notes, “Heidegger never stopped thinking […] something of ‘freedom’” he “was the first to take the measure of the radical insufficiency of our „freedoms“ to think and open existence as freedom. But on the other hand, he still thought of „the free,“ up to a certain point at least,  in the terms and in the tones of „destiny“ and „sovereignty.“ See Jean-Luc Nancy, The Experience of Freedom, trans. by Bridget McDonald (Stanford, California: Stanford University Press, 1993). p. 166

[7] As is known Nancy always maintained a distance between his usage “to-come” and Derrida’s appeal to the messianism of the West. In an interview Pierre-Phillippe Jandin, Nancy explains that he is concerned “whether this is always an intellectual exercise that’s feasible for the people constituting a certain elite.” Additionally, Nancy suggests certain differences between his and Heidegger’s usage of the term “surprise”, suggesting that his remarks overload “this notion too heavily, perhaps to the point making it sort of appeal, to make something come to pass [faire advenir], which can be something dangerous.” In both these critical points Nancy seems to be clear to carve out his own position regarding our orientation to the future “to-come.” Whilst he embraces the contingency of the term “surprise”, for instance when he talks about the “surprise of liberty”,  he rejects the attempts to turn it into something quasi-religious, which he believes messianism also risks. In order to remain useful, Nancy seeks to establish a more practical openness to the contingency of the future. See Jean-Luc Nancy, The Possibility of a World: Conversations with Pierre-Philippe Jandin, trans. by Travis Holloway and Flor Méchain (New York: Fordham University Press, 2017). P.101  & 125.

[8] The point is that we live an age in which the sens of the world is given technologically, post what could be called the event [Ereignis] to technology. See Erich Hörl, ‘The Artificial Intelligence of Sense – The History of Sense and Technology after Jean-Luc Nancy (By Way of Gilbert Simondon)’, trans. by Arne De Boever, Parrhesia, 17 (2013), 11–24. As Nancy phrases this in Corpus “our world is the world of the “technical,” a world whose cosmos, nature, gods, entire system, is, in its inner joints, exposed as “technical”: the world of an ecotechnical. The ecotechnical functions with technical apparatuses, to which our every part is connected.” Nancy, Corpus, trans. by Richard A. Rand (New York: Fordham University Press, 2008). p. 89.

[9] Nancy, Corpus. p. 24.

[10] Ian James, The Fragmentary Demand: An Introduction to the Philosophy of Jean-Luc Nancy (Stanford, California: Stanford University Press, 2006). p. 132

[11] Jean-Christophe Bailly, ‘Même l’ouvert Se Referme – Sur La Disparition de Jean-Luc Nancy’, AOC, 30 August 2021 <https://aoc.media/critique/2021/08/29/meme-louvert-se-referme-sur-la-disparition-de-jean-luc-nancy>.

Jean-Luc Nancy: The Fragile Skin of the World, Polity, 2021

The Fragile Skin of the World Book Cover The Fragile Skin of the World
Jean-Luc Nancy. Translated by Cory Stockwell
Polity
2021
Paperback $19.95
140